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Evoluzione umana

Il Magdaleniano

Il magdaleniano (o “maddaleniano”) è l’ultima cultura del Paleolitico superiore europeo, sviluppatosi tra circa 17.000 e 10.000 anni fa, durante l’ultima glaciazione.
Il nome deriva dal sito archeologico da Abri de la Madeleine, in Dordogna (Francia), indagato per la prima volta nel 1863, da Édouard Lartet.

il Magdaleniano è noto per la raffinatezza degli strumenti in pietra e osso, tra cui spiccano punte di freccia, arpioni, aghi e bulini. L’osso, il corno di cervo e l’avorio venivano lavorati per creare oggetti di uso quotidiano e ornamenti.

Questo periodo è famoso per la fioritura dell’arte rupestre, con le celebri pitture parietali nelle grotte di Altamira (Spagna), Lascaux (Francia) e molte altre. Le immagini raffigurano animali come bisonti, cavalli e cervi, spesso con un elevato livello di dettaglio e realismo.

il Magdaleniano coincide con un periodo di cambiamento climatico, con l’aumento delle temperature e la ritirata dei ghiacciai. L’ambiente era caratterizzato da tundra e steppe, con una fauna ricca di renne, cavalli, bisonti e mammut.

DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA

La civiltà magdaleniana si estende dai monti Cantabrici alle Isole Britanniche e dalla Francia alla Polonia (e forse anche alla Russia).

Nonostante quest’ampia distribuzione geografica, le stazioni principali e più significative sono raggruppate in territori relativamente ristretti della Francia SO (Périgord, Pirenei) e della Cantabria (Santander). Principalmente in base alle ricerche sistematiche intraprese nelle grotte francesi, fu possibile studiare la tipologia del materiale etnografico e individuare le principali fasi attraversate da quella civiltà nel corso millenario della sua evoluzione.

PERIODIZZAZIONE

La cultura magdaleniana viene suddivisa, sebbene non vi sia un accordo unanime tra gli studiosi, in “magdaleniano antico” (I-III), maddalueniano medio (III-IV) “magadaleniano recente” (V-VI) “magdaleniano terminale”, o “aziliano”, dal sito di Le Mas-d’Azil nei Pirenei francesi, secondo alcuni già nel Mesolitico.

  • Maddaleniano Antico (I-III): Questa fase iniziale è caratterizzata da una maggiore semplicità degli strumenti litici e ossei, e da una minore presenza di elementi decorativi. Si sviluppa tra circa 17.000 e 14.000 anni fa.
  • Maddaleniano Medio (III-IV): Durante questa fase, si osserva un’evoluzione nelle tecniche di lavorazione e una maggiore varietà di strumenti, con una crescente attenzione alla decorazione. Si data tra circa 14.000 e 12.500 anni fa.
  • Maddaleniano Recente (V-VI): Questa fase finale è caratterizzata dalla massima raffinatezza degli strumenti e da una straordinaria fioritura dell’arte, sia mobiliare che parietale. È il periodo delle grandi grotte decorate come Lascaux e Altamira. Si sviluppa tra circa 12.500 e 10.000 anni fa.
  • Maddaleniamo Terminale o Aziliano: non riconosciuto da tutti come periodo finale ma come periodo di transizione tra la fine del Paleolitico superiore e l’inizio del Mesolitico.
Evoluzione umana

Darwin Day

CHARLES DARWIN

Nato nel 1809, si imbarcò dal 1831 al 1836 per un viaggio intorno al mondo su un brigantino della marina Brittanica, il Beagle. Con questo viaggio sviluppò la teoria della selezione naturale che venne pubblicata anni dopo nel 1859.

Dal 1831 al 1836 Charles Darwin si imbarcò per un viaggio intorno al mondo su un brigantino della marina britannica, il Beagle. Grazie a questo viaggio poté formulare la teoria della selezione naturale che pubblicò anni dopo, nel 1859, nel libro Sull’origine delle specie.

Darwin allora 22enne venne scelto come naturalista di bordo su una nave in partenza per il Sud America: il brigantino Beagle che salpò il 27 dicembre del 1831 e rientrò in Inghilterra dopo 5 anni.

Durante questo lungo viaggio, Darwin raccolse centinaia di fossili e campioni di rocce, piante e animali, tanto che alla fine furono quasi 4000 gli esemplari studiati. Annotò quotidianamente le osservazioni di viaggio e al suo rientro in Inghilterra pubblicò il diario di viaggio completo.

Gli studi più importanti di Darwin furono compiuti nell’arcipelago delle isole Galapagos.

I suoi studi si focalizzarono sui fringuelli, perché notò che presentavano becchi diversi a seconda dell’isola in cui vivevano.

Ad esempio, su un’isola ricca di alberi da frutto, i fringuelli avevano il becco largo e corto, perfetto per mangiare frutta; invece, su un’isola popolata da insetti, il becco degli uccelli era lungo e sottile, e funzionava come una pinza, per afferrare anche gli insetti più piccoli.

Alle Galapagos Darwin incontrò molti altri animali che osservò per i suoi studi, come le tartarughe giganti, sulle quali potè stabilire che osservandone il carapace era possibile capire la provenienza.

L’ORIGINE DELLE SPECIE

L’origine delle specie” venne pubblicato nel 1859. In esso viene introdotta la teoria dell’evoluzione, secondo la quale le specie animali e vegetali si sono sviluppate nel tempo attraverso un processo di selezione naturale.

La selezione naturale è un processo attraverso il quale gli individui di una specie che sono meglio adattati al loro ambiente hanno maggiori probabilità di sopravvivere e riprodursi. Nel corso del tempo, questo processo porta all’evoluzione di nuove specie.

La teoria dell’evoluzione è una delle teorie scientifiche più importanti di tutti i tempi. Ha avuto un profondo impatto sulla nostra comprensione del mondo naturale perchè è stato fornito una spiegazione scientifica convincente di come le specie si evolvono attraverso la selezione naturale, un processo che continua ad essere un pilastro fondamentale della biologia moderna.

LA SELEZIONE NATURALE

La teoria della selezione naturale è una delle pietre miliari della biologia moderna, formulata da Charles Darwin e Alfred Russel Wallace. Essa spiega come le specie si evolvono nel tempo attraverso un processo di adattamento all’ambiente. Infatti Darwin pensava che ciò che accomuna tutte le specie viventi è la lotta per la sopravvivenza. Ogni organismo deve combattere per il cibo, il territorio dove costruirsi il nido e nascondersi, un compagno o una compagna per riprodursi. Gli organismi che appartengono alla stessa specie presentano piccole differenze tra loro, che possono dimostrarsi fondamentali in relazione alle condizioni ambientali nelle quali vivono.

I principi fondamentali della selezione naturale sono:

  1. Variazione: All’interno di una popolazione, gli individui presentano una varietà di caratteristiche fisiche e comportamentali (fenotipo). Queste variazioni possono essere ereditabili, cioè trasmesse dai genitori ai figli.
  2. Ereditabilità: Le caratteristiche che favoriscono la sopravvivenza e la riproduzione (caratteri adattativi) hanno maggiori probabilità di essere trasmesse alle generazioni successive.
  3. Selezione: L’ambiente esercita una pressione selettiva sugli individui. Quelli con caratteristiche meno adatte all’ambiente hanno minori probabilità di sopravvivere e riprodursi, mentre quelli con caratteristiche più adatte hanno maggiori probabilità di successo.
  4. Adattamento: Nel corso del tempo, la selezione naturale favorisce l’aumento della frequenza dei caratteri adattativi nella popolazione, portando all’evoluzione della specie.
  5. Lotta per l’esistenza: Darwin spiega come gli esseri viventi devono competere per risorse limitate come cibo, acqua e spazio. Questa lotta per l’esistenza è un elemento chiave della selezione naturale.
  6. Origine delle nuove specie: Darwin propone che nuove specie possono evolversi da specie preesistenti attraverso un processo di divergenza. Nel corso del tempo, le popolazioni di una specie possono accumulare differenze genetiche che le portano a diventare sempre più distinte fino a quando non sono più in grado di incrociarsi e riprodursi tra loro.
  7. Evidenze a supporto dell’evoluzione: Darwin presenta numerose evidenze a supporto della sua teoria dell’evoluzione, tra cui fossili, anatomia comparata, embriologia e biogeografia. Queste evidenze dimostrano che le specie sono cambiate nel tempo e che sono tutte imparentate tra loro.

In sintesi, la selezione naturale è un processo in cui:

  • Gli individui con caratteristiche vantaggiose per l’ambiente sopravvivono e si riproducono con maggiore successo.
  • Le caratteristiche vantaggiose vengono trasmesse alle generazioni successive.
  • Nel tempo, la popolazione diventa sempre più adattata all’ambiente.

Esempi di selezione naturale:

  • La colorazione mimetica: Alcuni animali hanno sviluppato una colorazione che li aiuta a mimetizzarsi nell’ambiente, rendendoli meno visibili ai predatori o alle prede.
  • La resistenza agli antibiotici: L’uso eccessivo di antibiotici ha portato alla selezione di batteri resistenti a questi farmaci, rendendo più difficile il trattamento delle infezioni.
  • Le ali degli uccelli: Le ali degli uccelli si sono evolute attraverso la selezione naturale per permettere loro di volare e trovare cibo o fuggire dai predatori.
Evoluzione umana

Lucy e il bipedismo

AUSTRALOPITHECUS AFARENSIS

Lucy, è un famoso scheletro di Australopithecus afarensis, ritrovato il il 24 novembre 1974: la sua scoperta è così popolare poiché è stata fondamentale per tracciare alcuni rami della nostra evoluzione. L’avvenimento della scoperta è stata sensazionale tanto che ogni anno viene ricordata come anniversario della scoperta perché non era mai stato ritrovato uno scheletro così antico e così completo. Ma vediamo ora nel dettaglio, cosa ha comportato questa scoperta e le analisi eseguite.

Ritrovato nei giacimenti fossili della regione dell’Afar, in Africa, venne catalogato insieme ad altri numerosi reperti sempre inerenti 3-4 milioni di anni fa.

L’eccezionale conservazione che ha permesso agli studiosi di ritrovare il 40% dello scheletro, ha dato il via ad analisi approfondite che prima di allora non erano state mai eseguite. infatti, dalla morfologia del bacino e dell’articolazione del ginocchio di Lucy, gli studiosi hanno potuto stabilire l’adattamento della specie al bipedismo.

IL BIPEDISMO

Da qui sono partite ricerche a cura di diversi autori: alcuni hanno sostenuto che in Australopitecus afarensis persistano molti caratteri legati alla vita arboricola o comunque diversi da quelli dell’uomo attuale. Hanno affrontato l’argomento dal punto di vista del dimorfismo sessuale: sembra infatti esistere un rapporto tra dimensioni corporee e capacità arboricole, nel senso che, gli esemplari più piccoli di A.afarensis, sembrano conservare i caratteri legati alla locomozione arboricola, mentre i più grossi sembrano adatti al bipedismo.

Altri autori hanno preso in considerazione una singola articolazione per effettuare ricerche sulla stazione eretta di Lucy, valutando che potesse veramente stare in piedi capace di camminare su due zampe.

In ogni caso, lo studio sull’anatomia dell’apparato locomotore, si è basato sul confronto dei resti di Australopithecus afarensis con scheletri di Homo sapiens e di grandi scimmie africane, e su studi elettromiografici (EMG) eseguiti su diverse specie di primati e in Homo sapiens (Stern et al.,1983). 

I VANTAGGI DEL BIPEDISMO

Il bipedismo è uno svantaggio o un vantaggio? Noi ora lo vediamo come un vantaggio, il fatto di poter stare in piedi, camminare vedere tutto ciò che vogliamo senza per forza alzarci su due zampe, ecc.

Proiettiamoci per un momento però nel Paleolitico inferiore: proviamo quindi a pensare di essere circa 1.10 mt di altezza e di avere davanti a noi non strade e palazzi ma fitta vegetazione, alberi alti e magari radure piene di insidie come predatori in cerca di cibo.

Qui il bipedismo non sempre è un vantaggio perché a quattro zampe sicuramente si è più stabili, più veloci e leggiadri e ci si può arrampicare in fretta. Per questo l’ipotesi più plausibile riguardante in generale gli australopiteci è che fossero individui adattati a stare su due zampe ma che la gran parte del tempo stavano su quattro zampe per la vita arboricola più come le scimmie.

Questo è quello che si chiama bipedismo occasionale. Nonostante questo, il corpo degli australopiteci ha iniziato sicuramente ad evolversi di più rispetto ad altre specie più antiche: la mano lasciata alle volte libera cerca nuovi modi per afferrare le cose, anche quelle più piccole (ma su questo torneremo più avanti con articoli interessanti sulla corelazione tra mano e cervello), il piede si modifica per adattarsi alla stazione eretta, la schiena inizia a trasformarsi ed allungarsi così come la cassa toracica che si riduce e si allunga per contenere gli organi nella stazione eretta. Le natiche si fanno più pronunciate, poiché servono per sostenere il peso del corpo in piedi. 

ALTRI REPERTI – little foot

Non tutto quello che sappiamo sul bipedismo è stato ipotizzato dopo aver studiato lo scheletro di Lucy. Altri ritrovamenti si sono succeduti con il passare degli anni, ma Lucy è stata imbattuta per oltre un decennio. Ad esempio, un altro scheletro degno di nota, antico quanto Lucy ma ritrovato a Sterkfontain, circa 40 chilometri a Nord Ovest di Johannesburg, in Sudafrica.

Si tratta di Little Foot, un Australopiteco circa 500 mila anni più antico di Lucy, sempre afarensis, ritrovato a cura del team di ricerca capitanato da Ron Clarke. Le ricerche, durate circa 20 anni, hanno riportato alla luce, uno scheletro quasi completo di Australopiteco su cui gli studiosi stanno eseguendo numerosi confronti poichè si pensa possa dirci molte cose in più rispetto a quelle che già si sanno grazie alle scoperte avvenute prima di Little Foot.

Clarke ritrovò dapprima alcune ossa del piede di una specie che poi venne scoperto essere Australopiteco. Ben presto, si rese conto dell’eccezionale scoperta: così presero a controllare la zona, ritrovando molte più ossa, contenute in una matrice rocciosa.

Su Little Foot, sono state svolte tantissime ricerche, alcune forse ancora in corso. Grazie anche alle moderne tecnologie, stanno compiendo scansioni anche a livello osseo notando le impronte dei vasi sanguigni. Si pensava fosse della stessa specie di Lucy ma in realtà le ossa e i denti sono così particolari che gli è stata dato un nuovo nome: Australopithecus prometheus.

Ancora non si sa se Little Foot sia una nuova specie o se sia appartenente alla famiglia del Paranthropus o se sia appartenuto ad esemplari di Australopithecus africanus. Ciò che è certo è che è una scoperta eccezionale, per l’antichità del reperto, per lo stato di conservazione e per le informazioni che ci sta donando.

Ossa del piede del fossile di Little Foot
(Credit: AGF/Patrick Landmann/Science Photo Library)

Evoluzione umana

Le sepolture

La conservazione delle testimonianze archeologiche nel terreno è in stretta relazione con i processi antropici e naturali in senso lato (fisici o biologici) che ne hanno determinato il seppellimento ma anche con gli eventi che hanno successivamente interessato il deposito stesso.

In natura, sappiamo che qualsiasi tipo di materiale si può conservare in condizioni ambientali particolari, però i resti inorganici si conservano molto più facilmente rispetto a quelli organici.

Quindi possiamo dire che ossa e pietre si conservano molto meglio di pelli e legno che sono maggiormente deperibili. É questo il caso delle sepolture che, se non in qualche caso in cui vengono disgregate da processi post-deposizionali quali, scavi di età medievali per fossati e simili, si conservano abbastanza bene.

Le prime sepolture

La sepoltura è una tappa fondamentale nella storia dell’uomo. I primi ritrovamenti li dobbiamo alle popolazioni musteriane che hanno popolato il vecchio mondo all’incirca 100.000 anni fa.

Tutte le classi d’età sono rappresentate, dai feti fino agli anziani. Il “vecchio” della Chapelle-aux-Saints, morto ad un’età di circa 50 anni, è sicuramente uno dei più anziani tra i Neandertaliani inumati.

Uno degli aspetti più caratteristici è l’associazione delle sepolture ai luoghi d’abitato, particolare abbastanza evidente quando lo scavo della fossa, come a Kébara, taglia una successione di focolari ben stratificati.

Due casi particolari meritano di essere segnalati: quello di Ferrassie, dove nella stessa fossa sono stati rinvenuti i resti di un bambino molto giovane e di un feto, e quello di Qafzeh in cui è stata ritrovata una donna in posizione supina, con ai piedi i resti, disposti perpendicolarmente, di un bambino di circa sei anni.

ho coperto le nudità del vecchio della Chapelle-aux-saints con un gonnellino simpatico per strapparvi un sorriso!

PALEOLITICO SUPERIORE

Nel Paleolitico superiore compaiono, in Europa, le prime sepolture accompagnate da ampi corredi funerari. Queste si trovano talvolta isolate, in altri casi raggruppate negli stessi siti abitati. Sono documentati anche casi di sepolture bisome e trisome.

La presenza di ricchi corredi funerari sembra suggerire l’esistenza, a partire da questo periodo, di differenziazioni sociali all’interno del gruppo, forse legate alle funzioni di tipo rituale rivestite da alcuni individui. L’analisi di corredi appartenenti a sepolture diverse suggerisce, in alcuni casi, l’appartenenza degli individui allo stesso gruppo.

Le prime sepolture attribuite all’uomo moderno in Europa sono quelle rinvenute nel sito eponimo di Cro-Magnon, datate all’Aurignaziano. Si tratta di cinque individui associati a circa 300 conchiglie importate dall’Atlantico. Appartengono sempre all’Aurignaziano le impronte di corpi (prive di ossa, così conservate per un processo eccezionale di fossilizzazione) conservate nella Cueva Morin, in Cantabria, ricoperte da una sorta di tumulo e le sepolture di Mladec, in Moravia, riferibili a circa 10 individui.

I morti hanno spesso abiti decorati e ricchissimi di ornamenti e a volte sono cosparsi di ocra colorata. Inoltre le tombe presentano offerte di cibo o oggetti, come strumenti in selce, statuine, armi e altri oggetti intagliati il cui uso non sempre è chiaro e, forse, ha una funzione puramente rituale.
Le fosse che ospitano queste sepolture sono state scavate appositamente e i corpi sono deposti sdraiati o, in alcuni rari casi, rannicchiati.

Le tombe sapiens del Paleolitico superiore in Europa giunte fino a noi sono abbastanza numerose: una cinquantina in tutto.
Sono due le zone europee che ne ospitano di più: la Repubblica Ceca (in particolare in Moravia) e l’Italia; vi sono poi stati ritrovamenti in Francia, Inghilterra, Portogallo e Russia.

SEPOLTURA DI SUNGHIR (RUSSIA)

La sepoltura di Sunghir, sito russo datato a circa 27000 anni fa, ospita una tomba con una coppia di ragazzi composta da una bambina di circa 9-10 anni e un ragazzo di 12-13 anni: i due corpi sono distesi uno accanto all’altro, testa contro testa, e presentano un corredo funerario ricchissimo.

I due corpi erano probabilmente abbigliati con vestiti erano decorati con migliaia di perline di avorio di mammut.
Sono presenti bracciali e ornamenti di vario genere sempre in avorio, tra cui un grande punteruolo posto sul petto di ciascuno che probabilmente aveva la funzione di chiusura del sudario in cui era avvolto ciascun corpo. Altri oggetti ritrovati accanto ai corpi sono: dischi di avorio traforato e lunghe punte di avorio, probabilmente denti di narvalo.

Sempre nello stesso luogo, è presente la sepoltura di un uomo anziano, di ben 60 anni, che rappresenta un record per l’anzianità del Paleolitico. L’uomo è stato deposto supino con le braccia incrociate sul petto ed il corpo coperto di ocra rossa. Anche in questo caso ritroviamo un corredo funebre abbastanza ricco composto da: ossa con incisioni, manufatti litici, decori creati con denti atrofici di cervo e perle d’avorio, bracciali e pendagli, un ricco copricapo e una serie di oltre 3000 dischi di osso e avorio.

LO SCIAMANO DI BRNO

L’anziano di questa tomba presenta alcune caratteristiche insolite la più eccitante delle quali risiede nel corredo funebre. Anche qui troviamo una varietà di oggetti: conchiglie, dischetti di vari materiali privi di fori di sospensione, una bacchetta in avorio di dubbia provenienza. Inoltre all’interno della sepoltura vi era una figura umana in avorio di circa 20 cm che probabilmente rappresentava una marionetta.

L’eccezionale scoperta è insolita perchè ogni oggetto ritrovato nel corredo funebre ha solamente una funzione decorativa, per questo si presuppone che l’uomo anziano deposto fosse uno sciamano.

IL GIOVANE PRINCIPE

Una delle sepolture più conosciute e meglio conservate in Italia è costituita da quella del giovane Principe, nella Grotta delle Arene Candide, in Liguria.

Il corpo appartiene ad un ragazzo adolescente di circa 15 anni, che è stato soprannominato “il principe” per il ricchissimo corredo funerario presente.

La testa del ragazzo appare coperta da centinaia di conchiglie, gusci di ricci di mare, denti di cervo e pendenti d’avorio.
Il busto è cinto da una sorta di armatura fatta di corni d’alce, originariamente tenuti insieme da un laccio di pelle, mentre sulle ginocchia vi sono pendenti d’avorio di grandi dimensioni. Nella mano destra stringe una lama di selce di 25 cm.

I materiali di molti degli oggetti e delle decorazioni trovate in questa sepoltura vengono da lontano: in particolare l’avorio (raro in Italia) e la selce vengono dall’attuale Francia.


Probabilmente il giovane ragazzo è morto con una morte violenta, questo perchè alla sepoltura manca parte della mandibola e delle ossa della spalla sinistra.

LA DAMA DEL CAVIGLIONE

Sempre proveniente dal complesso dei Balzi Rossi in Liguria, nel 1872, venne portata alla luce all’interno della Grotta del Caviglione, una sepoltura attribuita inizialmente ad un uomo adulto del Paleolitico superiore, denominato “uomo del Mentone”. Solo nel 2016, dopo studi approfonditi, gli studiosi capirono che quella sepoltura era attribuibile ad una donna, che venne denominata “dama del Caviglione”. Datata a circa 24000 anni fa, morì all’età di 37 anni. Il suo cranio era ricoperto con piccolissime conchiglie marine e denti atrofici di cervo. Lo scheletro era deposto sul fianco sinistro in posizione fetale, con due punte di freccia e un grosso osso forato posto sul petto ad indicare forse una collana. All’interno della sepoltura vennero ritrovate abbondanti tracce di ocra rossa tipico delle sepolture paleolitiche.

I NEGROIDI

Ritrovati nel complesso delle Grotte Liguri che restituirono anche il Giovane Principe e la Dama del Caviglione, all’interno della Grotta dei Fanciulli venne ritrovata una straordinaria sepoltura che conteneva una donna anziana con un braccialetto di conchiglie marine e un adolescente di circa 15-17 anni che presentava un copricapo costituito da quattro file di conchiglie marine.

Ritrovati in posizione rannicchiata con le teste protette da una serie di pietre, i due corpi presentano caratteristiche uniche, rispetto alle altre sepolture dei Balzi Rossi, come: minore statura (1.59 la donna ed 1.56 il ragazzo) ed una differente morfologia del cranio (più simile alle razze negroidi).

Per un periodo limitato di tempo si parlò addirittura di una nuova specie detta “razza Grimaldi”. Successivamente, grazie ad alcuni studi degli anni 60, venne dimostrato come i due corpi non avevano caratteristiche differenti dagli altri inumati, semplicemente erano più antichi, riferibili infatti al periodo gravettiano.

MESOLITICO

Anche le sepolture mesolitiche rivelano una grande diversità e complessità.

In ambito europeo l’aumento di necropoli, ubicate soprattutto in ambiti costieri, mette in evidenza l’incremento demografico che accompagna questo periodo e l’innescarsi, in alcune aree, di un lento processo di sedentarizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia si registra il ritrovamento di un’unica necropoli (grotta dell’Uzzo presso Trapani) da cui provengono 12 scheletri e di soli altri cinque rinvenimenti isolati, tre dei quali situati fra Veneto e Trentino (riparo di Mondeval de Sora, Vatte di Zambana, Mezzocorona).

La maggior parte delle sepolture note sono individuali mentre più rare sono quelle multiple. I defunti sono prevalentemente deposti supini anche se non mancano rari casi di deposizione di defunti seduti; le os- sa sono state sottoposte in alcuni casi a particolari riti.

Gli oggetti ornamentali (soprattutto conchiglie marini e denti forati) sono abbastanza frequenti. Questi si accompagnano talvolta ad elementi di corredo che fanno riferimento ad oggetti di uso quotidiano del defunto (manufatti in osso, palco di cervo, nuclei e strumenti in selce). Fra le sepolture europee di questo periodo una delle più ricche e meglio conservate è quella di Mondeval de Sora sulle Dolomiti Bellunesi.

Della sepoltura di Mondeval de Sora, ve ne parlerò in un articolo dedicato poichè, è stato oggetto della mia tesi di Laurea Triennale, e merita davvero una menzione a sè.

Evoluzione umana

La cronologia

Il concetto di cronologia, nella preistoria ed in generale, fa riferimento sia al succedersi degli avvenimenti nel tempo, sia ai diversi metodi che permettono di ricostruire tale sequenza.

Grazie allo studio sulle cronologie del passato, oggi siamo in grado di datare reperti provenienti da diversi periodi storici e preistorici con le datazioni (ne parleremo meglio nei prossimi articoli).

Per il periodo preistorico possiamo dire che, lo schema cronologico, è abbastanza complesso. Le fasi cronologiche all’interno delle ere vengono scandite da avvenimenti, a livello ambientale, importanti (come ad esempio le glaciazioni). All’interno delle fasi di un’era si riconoscono diverse cronologie culturali alle quali si fanno corrispondere diverse associazioni faunistiche. Partiamo con ordine, dall’inizio delle ricerche.

Fin dal secolo scorso i ricercatori hanno avvertito la necessità di riferire i ritrovamenti paleolitici ad uno schema cronologico per poterli studiare sotto una prospettiva temporale.

Nel 1872, Gabriel de Mortillet, stabilì una successione delle entità tassonomiche del Paleolitico indicandone per ciascuna i manufatti caratteristici (fossili-guida) e la corrispondente associazione a mammiferi.

Per quanto riguarda il periodo preistorico, l’inizio della Preistoria, convenzionalmente, si fa corrispondere con la comparsa delle prime manifestazioni culturali, a partire da almeno 2.500.000 anni fa; sul piano della cronologia geologica, abbraccia invece l’ultima fase dell’Era terziaria corrispondente al Pliocene e tutta l’era Quaternaria (composta a sua volta da due periodi: Pleistocene e Olocene).

Per stabilire il limite tra Pliocene e Pleistocene gli autori hanno proposto vari criteri climatici o paleontologici. Al congresso dell’Associazione Internazionale per lo studio del Quaternario di Christchurch, nel 1973, il limite venne fissato attorno a 1.800.000 anni fa, in corrispondenza del deterioramento climatico messo in evidenza nel Mar Mediterraneo dalla comparsa di ospiti freddi nelle faune marine.

Il Pleistocene viene a sua volta ripartito in:

  • inferiore,
  • medio,
  • superiore.

Il limite tra Pleistocene inferiore e medio è stato fissato, ancora una volta, al congresso di Christchurch, attorno a 700.000 anni fa: questo momento corrisponde a una importante inversione del polo magnetico terrestre (limite Matuyama – Bruhnes) e all’inizio di una fase climatica temperata corrispondente al piano Cromeriano.

Per il limite tra Pleistocene medio e superiore si fa riferimento alla fine del Glaciale di Riss attorno a 120.000 anni fa.

Il termine Quaternario viene citato la prima volta da J. Desnoyer nel 1829 per definire depositi marini precedenti ai terrazzi terziari del bacino parigino. Successivamente, nel 1833, H. Reboul pubblica la prima “Geologia del Quaternario” così, nel1834, Charles Lyell, propone il termine Pleistocene per definire, invece, il periodo nel quale vengono collocate le principali glaciazioni. P. Gervais, nel 1967, crea il termine Olocene per indicare l’epoca postglaciale.

Una menzione va fatta per l’ultima fase del Pleistocene superiore che è nota anche come Tardiglaciale. In questo periodo sviluppatosi tra 15.000 e 10.000 anni fa, si verifica un rapido cambiamento climatico ed ambientale da condizioni glaciali ad interglaciali.

La periodizzazione del Tardiglaciale utilizzata correntemente, individua le fluttuazioni verificatesi in questo periodo sulla base di analisi paleobotaniche effettuate su sequenze lacustri del Nord Europa; ciò ha permesso di individuare cinque diverse cronozone che interessano l’intervallo cronologico compreso, in termini di datazioni convenzionali, tra circa 15000 e 10000 anni B.P.: Dryas I (14.900-13.000 B.P.), Bølling (13.000-12.000 B.P.), Dryas II (12.000-11.700 B.P.), Allerød (11.700-10.900 B.P.) e Dryas III (10.900-10.200 B.P.), laddove le zone a Dryas in- dicano gli stadi a clima freddo.

Anche l’Olocene è caratterizzato da numerose fluttuazioni climatiche che interessano la temperatura e l’umidità (Preboreale, Boreale, Atlantico, Subboreale, e Subatlantico).

Evoluzione umana

Il sito di Dolni Vestonice

Oggi parliamo di un sito preistorico importante per lo studio degli abitati e della cultura gravettiana. Si tratta di Dolni Vestonice, situato sulle colline di Pavlov (Moravia).

Quello che viene conosciuto come Dolni Vestonice, è situato all’interno di un gruppo di accampamenti frequentati, nel Paleolitico superiore, da cacciatori di mammuth gravettiani.
I siti riconosciuti sono: Pavlov II, Pavlov I, Dolni Vestonice I, Dolni Vestonice III e Dolni Vestonice II.

L’accampamento di Pavlov ha messo in luce nove abitazioni disposte irregolarmente nell’abitato e numerosi focolari all’interno e all’esterno di esse. Ammassi di ossa di mammmut ritrovati in diversi punti dell’abitato vengono interpretati come deposti di materali da costruzione o combustile per accendere il fuoco.

Qui parleremo in particolare di Dolni Vestonice I, che si trovava in un’ottima posizione per la caccia. Qui vengono ritrovati, in sede di scavo, numerosi focolari all’aperto, il che suggerisce che gli animali fossero intrappolati e spinti nelle gole con l’aiuto del fuoco.

Di tutti i siti, distanti alcune centinaia di metri l’uno dall’altro, solo Dolni Vestonice I e Pavlov I vengono ritenuti residenziali, mentre gli altri sono soprannominati siti satellite.

Dolni Vestonice

Dolni Vestonice fu frequentato attorno a 26000 anni fa, mentre Pavlov tra 25000 e 24000.
L’accampamento di Dolni è formato da quattro capanne, una delle quali con cinque focolari, e da molte strutture secondarie. Secondo l’ipotesi di B.Klima, l’accampamento poteva ospitare da 100 a 150 persone.

Oltre la zona paludosa dove era situato l’abitato, si trovava una grande fossa, contenente un ammasso di ossa di mammut; l’area dell’abitato e la fossa erano racchiuse da un recinto.

Circa cinquanta metri a monte dell’abitato, fu messa in luce una quinta capanna, più piccola: questa era associata ad un forno per la cottura di statuette d’argilla; essa era protetta per metà della sua circonferenza da un terrapieno di circa 1 metro, sul quale poggiava la copertura.

Dato i ritrovamenti di numerose statuette d’argilla e di oggetti ornamentali, si ipotizza che questa capanna fosse riservata a qualcuno che rivestiva un ruolo particolare (sciamano).

Qui a Dolni Vestonice, si trova una delle più antiche rappresentanze di argilla cotta per la creazione di statuette antropomorfe e zoomorfe. Si tratta di statuette raffiguranti vari tipi di animali: cavalli, leoni, civette, mammut ed anche figure femminili del tipo detto “ceneri”. L’argilla veniva mescolata a polvere di carbone e grasso animale e, una volta modellata, cotta in forni dei quali si sono ritrovati i resti sopra descritti.

A Dolni Vestonice I è stata ritrovata una sepoltura multipla che rappresenta il reperto d’eccezione: si tratta di una inumazione contemporanea di tre individui deposti uno accanto all’altro con oggetti ornamentali.

Il volto di Dolni Vestonice

Volto diventato celebre per la sua bellezza, è stata scolpita nell’avorio, ma purtroppo al momento del ritrovamento, è stata ritrovata spezzata in due, in mezzo ad altri manufatti bruciati in uno strato di cenere.
Grazie ad indagini effettuate nel 2004 si è scoperto, su questa scultura, un’impronta riconducibile ad un bambino e gli studiosi ipotizzano che sia lui l’artista.

Evoluzione umana

Tecniche di scheggiatura

Si specifica che le immagini qui utilizzate sono state scansionate da dispense universitarie dell’Università degli studi di Ferrara dell’A.A. 2003/2004

COSA SONO LE TECNICHE DI SCHEGGIATURA

Con il termine tecnica di scheggiatura si intende definire quale materia prima viene utilizzata per la scheggiatura e il modo in cui questo viene utilizzato.

Cosa viene studiato?

  1. metodo di applicazione della forza (percussione diretta, percussione indiretta, pressione);
  2. natura e morfologia degli utensili utilizzati per la scheggiatura (pietra dura o tenera, legno, corna di cervidi, ecc);
  3. gesto e posizione del corpo, modo in cui l’artigiano paleolitico tiene il blocco da scheggiare tra le mani, ecc.

Per capire quale percussore e quale tecnica di scheggiatura è stata utilizzata, si parte a studiare i caratteri morfologici delle schegge.
Nello specifico, bisogna controllare:

  • posizione del punto d’impatto del percussore;
  • superficie del punto di contatto del percussore sul nucleo;
  • morfologia del cono incipiente creatosi in seguito all’impatto del percussore;
  • morfologia della faccia ventrale della scheggia (bulbo, labbro, strie radiali, ondulazioni);
  • angolo di débitage.

QUALI SONO LE TECNICHE DI SCHEGGIATURA?

Nel corso della preistoria si sono susseguite diverse tecniche di scheggiatura. Vengono riconosciute:

    • percussione diretta
    • percussione indiretta
    • percussione su incudine
    • percussione bipolare
    • pressione

PERCUSSIONE DIRETTA AL PERCUSSORE DURO

La percussione diretta viene effettuata colpendo la materia prima da scheggiare con un percussore che può essere di materia dure, tenera o organica. Vediamo nel dettaglio le tre tecniche

Percussione diretta al percussore duro

Si tratta della prima tecnica di scheggiatura adottata dall’uomo primitivo. Il percussore duro è rappresentato da un ciottolo in pietra di forma ovoidale che può pesare da alcune centinaia di grammi fino ad alcuni chili.

La percussione diretta al percussore duro viene definita come uno choc diretto di un percussore duro, in posizione più o meno arretrata, sul bordo di un piano di percussione caratterizzato da un angolo generalmente inferiore ai 90°.

Questa tecnica è molto semplice se utilizzata per il distacco di alcune schegge a partire da un blocco di materia prima (chopper, ottenimento di schegge per raschiatoi, grattatoi, ecc); diventa più complessa quando si desideri ottenere una serie ricorrente di schegge a morfologia predeterminata (come per il metodo Levallois).

Questa tecnica non viene mai abbandonata nel corso di tutta la preistoria: è indispensabile per la preparazione di un blocco che poi verrà scheggiato con altre tecniche ed è l’unica che permette di ottenere schegge di grandi dimensioni.

Percussione diretta al percussore organico

Tecnica comparsa circa un milione di anni fa durante il periodo Acheuleano,  utilizzata per il façonnage e la rifinitura dei bifacciali (amigdale); tecnica che diventa poi più frequente durante il Paleolitico superiore per il débitage laminare.

Tramite un percussore organico (palco di cervidi) è possibile staccare schegge di dimensioni grandi e sottili così da semplificare il problema della precisione dell’impatto.

Il suo utilizzo, però, avviene successivamente alla preparazione sistematica del bordo lavorando tramite intensa abrasione, così da poter avere un contatto con il percussore organico (molto più tenero della pietra).

Percussione diretta alla pietra tenera

Questa tecnica viene riconosciuta per il periodo del Castelperoniano nel Paleolitico superiore.

Molto simile alla percussione diretta organica, come dimostrato dalla sperimentazione che dimostra come i prodotti presentino delle caratteristiche simili.

La tecnica si è sviluppata per la produzione di piccole lame leggere e rettilinee.

PERCUSSIONE INDIRETTA

La percussione indiretta appare durante il Mesolitico recente per il débitage laminare.

Viene chiamata indiretta poichè tra il blocco da scheggiare e il percussore vi è un utensile intermediario che riceve il colpo dal percussore. Questo utensile viene chiamato punch (scalpello) o chasse-lame  ed è rappresentato da un pezzo di materia dura animale.

Questa tecnica offre un nuovo grado di libertà per quel che riguarda il controllo dei parametri dinamici: la lunghezza e la curvatura del chasse-lame sono adattate al modulo dei prodotti ricercati.

PERCUSSIONE SU INCUDINE

Tecnica riconosciuta nel periodo Clactoniano (circa 800000 anni fa) che sfrutta un’incudine naturale come un grosso blocco di pietra inglobato nella terra. Il blocco deve essere solido perchè esso deve dare il colpo per lo stacco della scheggia.

Quindi in questa tecnica il blocco di materia prima viene battuto direttamente su un’altra pietra.

PERCUSSIONE BIPOLARE

Tecnica abbastanza antica, riconosciuta anche nel sito di Gran Dolina datato a 800000 anni fa.

Questa tecnica prevede l’utilizzo di un’incudine, sempre rappresentata da un grosso masso incastrato nella terra, ma, un altro colpo viene dato da un’altra estremità.

Infatti, con questa tecnica, il blocco di materia prima è in mezzo tra incudine e percussore, ricevendo quindi due colpi: uno è il colpo dato dal percussore, l’altro è il contraccolpo ricevuto dall’incudine.

PRESSIONE

L’utilizzo della pressione permette inoltre un lavoro molto preciso e delicato, riducendo notevolmente il rischio di fatturazione del pezzo durante la lavorazione.

Questa tecnica si sviluppa a partire dal Paleolitico superiore, e viene utilizzata sia per il débitage di piccole lamelle sia per il ritocco di alcuni utensili.

Con l’aiuto di una bacchetta in corno di cervide o in osso, eventualmente immanicata, è possibile staccare delle piccole schegge di ritocco o lamelle (in seguito attaccate su punte di propulsori alfine di infliggere alla selvaggina ferite più sanguinolente).

Evoluzione umana

Lucy e il bipedismo

AUSTRALOPITHECUS AFARENSIS

Lucy, è un famoso scheletro di Australopithecus afarensis, ritrovato il il 24 novembre 1974: la sua scoperta è così popolare poiché è stata fondamentale per tracciare alcuni rami della nostra evoluzione. L’avvenimento della scoperta è stata sensazionale tanto che ogni anno viene ricordata come anniversario della scoperta perché non era mai stato ritrovato uno scheletro così antico e così completo. Ma vediamo ora nel dettaglio, cosa ha comportato questa scoperta e le analisi eseguite.

Ritrovato nei giacimenti fossili della regione dell’Afar, in Africa, venne catalogato insieme ad altri numerosi reperti sempre inerenti 3-4 milioni di anni fa.

L’eccezionale conservazione che ha permesso agli studiosi di ritrovare il 40% dello scheletro, ha dato il via ad analisi approfondite che prima di allora non erano state mai eseguite. infatti, dalla morfologia del bacino e dell’articolazione del ginocchio di Lucy, gli studiosi hanno potuto stabilire l’adattamento della specie al bipedismo.

IL BIPEDISMO

Da qui sono partite ricerche a cura di diversi autori: alcuni hanno sostenuto che in Australopitecus afarensis persistano molti caratteri legati alla vita arboricola o comunque diversi da quelli dell’uomo attuale. Hanno affrontato l’argomento dal punto di vista del dimorfismo sessuale: sembra infatti esistere un rapporto tra dimensioni corporee e capacità arboricole, nel senso che, gli esemplari più piccoli di A.afarensis, sembrano conservare i caratteri legati alla locomozione arboricola, mentre i più grossi sembrano adatti al bipedismo.

Altri autori hanno preso in considerazione una singola articolazione per effettuare ricerche sulla stazione eretta di Lucy, valutando che potesse veramente stare in piedi capace di camminare su due zampe.

In ogni caso, lo studio sull’anatomia dell’apparato locomotore, si è basato sul confronto dei resti di Australopithecus afarensis con scheletri di Homo sapiens e di grandi scimmie africane, e su studi elettromiografici (EMG) eseguiti su diverse specie di primati e in Homo sapiens (Stern et al.,1983). 

I VANTAGGI DEL BIPEDISMO

Il bipedismo è uno svantaggio o un vantaggio? Noi ora lo vediamo come un vantaggio, il fatto di poter stare in piedi, camminare vedere tutto ciò che vogliamo senza per forza alzarci su due zampe, ecc.

Proiettiamoci per un momento però nel Paleolitico inferiore: proviamo quindi a pensare di essere circa 1.10 mt di altezza e di avere davanti a noi non strade e palazzi ma fitta vegetazione, alberi alti e magari radure piene di insidie come predatori in cerca di cibo.

Qui il bipedismo non sempre è un vantaggio perché a quattro zampe sicuramente si è più stabili, più veloci e leggiadri e ci si può arrampicare in fretta. Per questo l’ipotesi più plausibile riguardante in generale gli australopiteci è che fossero individui adattati a stare su due zampe ma che la gran parte del tempo stavano su quattro zampe per la vita arboricola più come le scimmie.

Questo è quello che si chiama bipedismo occasionale. Nonostante questo, il corpo degli australopiteci ha iniziato sicuramente ad evolversi di più rispetto ad altre specie più antiche: la mano lasciata alle volte libera cerca nuovi modi per afferrare le cose, anche quelle più piccole (ma su questo torneremo più avanti con articoli interessanti sulla corelazione tra mano e cervello), il piede si modifica per adattarsi alla stazione eretta, la schiena inizia a trasformarsi ed allungarsi così come la cassa toracica che si riduce e si allunga per contenere gli organi nella stazione eretta. Le natiche si fanno più pronunciate, poiché servono per sostenere il peso del corpo in piedi. 

ALTRI REPERTI – little foot

Non tutto quello che sappiamo sul bipedismo è stato ipotizzato dopo aver studiato lo scheletro di Lucy. Altri ritrovamenti si sono succeduti con il passare degli anni, ma Lucy è stata imbattuta per oltre un decennio. Ad esempio, un altro scheletro degno di nota, antico quanto Lucy ma ritrovato a Sterkfontain, circa 40 chilometri a Nord Ovest di Johannesburg, in Sudafrica.

Si tratta di Little Foot, un Australopiteco circa 500 mila anni più antico di Lucy, sempre afarensis, ritrovato a cura del team di ricerca capitanato da Ron Clarke. Le ricerche, durate circa 20 anni, hanno riportato alla luce, uno scheletro quasi completo di Australopiteco su cui gli studiosi stanno eseguendo numerosi confronti poichè si pensa possa dirci molte cose in più rispetto a quelle che già si sanno grazie alle scoperte avvenute prima di Little Foot.

Clarke ritrovò dapprima alcune ossa del piede di una specie che poi venne scoperto essere Australopiteco. Ben presto, si rese conto dell’eccezionale scoperta: così presero a controllare la zona, ritrovando molte più ossa, contenute in una matrice rocciosa.

Su Little Foot, sono state svolte tantissime ricerche, alcune forse ancora in corso. Grazie anche alle moderne tecnologie, stanno compiendo scansioni anche a livello osseo notando le impronte dei vasi sanguigni. Si pensava fosse della stessa specie di Lucy ma in realtà le ossa e i denti sono così particolari che gli è stata dato un nuovo nome: Australopithecus prometheus.

Ancora non si sa se Little Foot sia una nuova specie o se sia appartenente alla famiglia del Paranthropus o se sia appartenuto ad esemplari di Australopithecus africanus. Ciò che è certo è che è una scoperta eccezionale, per l’antichità del reperto, per lo stato di conservazione e per le informazioni che ci sta donando.

Ossa del piede del fossile di Little Foot
(Credit: AGF/Patrick Landmann/Science Photo Library)

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