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Animali preistorici

La domesticazione

QUANDO AVVIENE IL PROCESSO DI DOMESTICAZIONE?

La domesticazione animale avviene durante quella che si può definire la prima grande rivoluzione industriale della storia: quella interpone tra il periodo Paleolitico e il periodo Neolitico.

Quando ancora in alcune zone vivevano gruppi più o meno grandi di cacciatori raccoglitori, dando origine alle culture del Sauvetteriano e del Castelnoviano in quello definito Mesolitico, all’incirca 10000 anni fa, popolazioni abitanti nella cosiddetta Mezzaluna fertile, davano inizio a sedentarismo, coltivazioni di alcune specie vegetali e i primi rudimentali tentativi di allevamento animale.

La conseguenza di queste azioni fu un passaggio ad una vita più stabile che consentiva alle popolazioni di avere una dimora stabile ed alimentazione più abbondante e regolare, non dettata cioè dal bottino di caccia. In seguito allo sviluppo dell’allevamento si sviluppano inoltre tecniche di conservazione, presumibilmente del tutto analoghe a quelle praticate ancora oggi (salatura, essiccamento, affumicatura e così via).

Anche le strumentazioni utilizzate subiscono lenti cambiamenti: dalla scheggiatura della pietra, che si ritrova ancora nei primi periodi del Neolitico, si passa ad avere la levigatura della pietra, accanto poi a oggettistica realizzata con l’argilla che servirà per contenere alimenti di vario tipo fino poi alla lavorazione dei metalli.

COSA RAPPRESENTA LA DOMESTICAZIONE?

In particolare, la domesticazione rappresenta un fenomeno per il quale una specie animale o vegetale viene resa dipendente dalla convivenza con l’essere umano, e quindi dal suo controllo: il ciclo di vita di una specie addomesticata è inestricabilmente legato a quello dell’umano che l’ha addomesticata, al punto che il processo di domesticazione può portare a cambiamenti non solo nel comportamento di una specie, ma anche nella sua fisiologia e nel suo aspetto fisico.

L’acquisizione delle tecniche di allevamento avviene attraverso il controllo di alcuni animali con specifiche caratteristiche morfologiche e comportamentali, quali la scarsa aggressività (capridi), una certa adattabilità nei confronti del cibo (cane, maiale) e un istinto sociale sviluppato. Per tale motivo non sono stati mai addomesticati animali come il cervo o la maggior parte dei carnivori.

La selezione artificiale operata dall’uomo attraverso questa pratica, ha determinato nel corso del tempo una variazione nei caratteri fisici e comportamentali di questi animali rispetto ai loro omologhi selvatici, per esempio una riduzione della taglia e delle strutture di offesa (corna o zanne), oltre a variazioni nel colore e nelle caratteristiche del pelo.

In ambito europeo e vicino-orientale il cane è uno dei primi animali ad essere addomesticati (a partire dal lupo) durante il Mesolitico o forse già dalla fine del Paleolitico superiore. Per quanto riguarda la pecora, derivata da Ovis orientalis (pecora selvatica) le prime attestazioni risalgono al 9.000 anni a.C. circa nell’Asia sud-occidentale. Segue la capra intorno al X-IX millennio da oggi nel Vicino Oriente, derivata da Capra aegagrus (capra selvatica), il maiale derivato dal cinghiale (X millennio dal presente) e i bovini (IX millennio da oggi) originati dall’uro (Bos primigenius), i cui più antichi esemplari addomesticati sono stati rinvenuti in Anatolia. Il cavallo viene invece addomesticato solo intorno al IV millennio a.C. nella Russia meridionale e verso la fine del Neolitico nell’Europa occidentale. Pecore e capre vengono importate in Europa forse già nel IX millennio.

Animali preistorici

L’evoluzione del Leone

Uno dei più grandi e potenti felini al mondo: il leone.

Dopo la tigre, infatti, è il più grande dei cinque grandi felidi del genere Panthera, con alcuni maschi la cui massa corporea supera i 250 kg.

Soprannominato il “re della savana”, un leone può arrivare a vivere fino a quindici anni, anche se, i maschi in particolare, arrivano non oltre i dieci anni, poichè spesso muoiono successivamente agli infortuni derivanti dalle lotte con i rivali per il dominio sul branco.

Prediligono come ambiente, la savana e le praterie, ma possono adattarsi ad aree cespugliose e foreste.

Nel Pleistocene fu uno dei carnivori maggiormente diffuso, con un areale che spaziava dal Sud Africa al sud degli attuali Stati Uniti per poi ritirarsi solo nel continente africano e in India occidentale.

In generale si può dire che i felidi primitivi si svilupparono nel corso dell’Oligocene, circa 30 milioni di anni fa, a partire da antenati simili a “gatti” arcaici, come Proailurus; avevano un corpo lungo e zampe più corte rispetto ai felidi attuali.

Indagini sull’evoluzione del leone sono sempre state complesse poiché i reperti inerenti le specie antiche sono scarsi frammentati e disomogenei; inoltre, fino a poco tempo fa, non si è mai stati in grado di capire le relazioni evolutive della specie, le dinamiche che hanno portato all’estinzione.

FELIDI ANTENATI

PROAILURUS

Proaiulurus è un mammifero carnivoro dell’Oligocene superiore (30-22 milioni di anni fa) ritrovato in Europa ed in Asia.

Con corpo piuttosto allungato era molto simile a un odierno gatto domestico, soltanto di dimensioni leggermente maggiori. La coda era più lunga, così come il cranio e gli occhi, mentre i denti e gli artigli dovevano essere più aguzzi. È probabile che questo animale, fosse parzialmente arboricolo.

Secondo la gran parte degli studiosi, potrebbe essere stato molto simile all’antenato di Pseudaelurus, una forma del Miocene dalla quale potrebbero essere derivate le maggiori linee evolutive dei felidi (come le tigri dai denti a sciabola, i panterini e i felini).

PRISTIFELIS

Probabilmente il più vicino all’origine dei “gatti” odierni è Pristifelis, vissuto 10 milioni di anni fa e forse derivato da un animale simile a Leptofelis.

La famiglia dei felidi produsse anche le cosiddette tigri dai denti a sciabola, riunite nella sottofamiglia Machairodontinae, caratterizzate dall’enorme sviluppo dei canini superiori. Vi furono anche altre forme meno note di incerta collocazione sistematica, come Dinofelis.

PSEUDAELURUS

Felide della taglia di un piccolo puma, vissuto nel Miocene in Europa e in Nordamerica; aveva corpo piuttosto lungo e basso rispetto alle forme attuali, e le zampe erano ancora abbastanza corte.

DINOFELIS

Vissuto dal Miocene al Pleistocene in Europa, Asia, Africa e Nordamerica.

Simili per dimensioni ad un leopardo, questi predatori possedevano zampe anteriori possenti e lunghi canini leggermente compressi lateralmente.

Molto comune nell’ambiente di savana, viene ritenuto uno dei principali predatori di australopiteci, e alcuni crani delle sue potenziali prede in effetti recano i segni dei denti di un predatore, le cui forme e dimensioni combaciano proprio con quelle di Dinofelis.

ALTRI FELIDI

Come detto all’inizio, non è ancora possibile stabilire un phylum evolutivo completo per quanto riguarda i felidi ed i leoni. Per cui, le specie denominate qui di seguito, non vengono riconosciute da tutti.

Tuttavia, dalla documentazione che ho letto sono risultati più probabili le seguenti specie:

Panthera leo atrox – il leone delle caverne americano (Nord America) 35.000-10.000 anni fa
Panthera leo spelaea, il leone delle caverne, eurasiatico, con scheletri fossili rinvenuti in Siberia, Russia, Polonia, datato a 300.000-10.000 anni fa – Pleistocene superiore.
Panthera Leo fossilis o leone delle steppe, è un felino estinto del Pleistocene inferiore e medio. Un cranio quasi completo è stato rinvenuto a Mauer, nei pressi di Heidelberg (Germania). Negli stessi sedimenti del cranio di leone è stata ritrovata una mandibola di 600 000 anni fa (mandibola di Mauer) appartenente all’antico ominide Homo heidelbergensis. I resti più antichi di Panthera leo fossilis in Europa provengono da Isernia, in Italia, e datano circa a 700 000 anni fa. Una mandibola di leone risalente a 1,75 milioni di anni fa proveniente da Olduvai, in Kenya, mostra una stretta somiglianza con quelle dell’Europa.
Da Panthera leo fossilis derivò il leone delle caverne europeo del Pleistocene superiore (Panthera leo spelaea), registrato per la prima volta circa 300 000 anni fa.
Panthera leo europea vissuto probabilmente fino al 100 d.C., detto anche Leone europeo. Fu sterminato, si pensa, dalla caccia spietata ad opera dei Romani, Macedoni, Galli e Iberici.
Panthera leo youngi –  il leone delle caverne della Cina nord-orientale vissuto nel Pleistocene, circa 350.000 anni fa.
Panthera leo leo – il Leone Berbero o Atlantico o Marocchino estinto nel 1946. Panthera leo maculatus estintosi nel 1930, detto anche Leone maculato o Marozoi.
Panthera leo melanochaita il Leone del Capo estinto nel 1860.

GLI ULTIMI STUDI

Per aiutare a salvare i leoni rimasti nel mondo e comprendere meglio le correlazioni tra i diversi tipi, un team internazionale di scienziati ha ricreato genomi completi di 20 diversi leoni – 14 dei quali estinti da molto tempo (come il Leone Berbero, specie del Nord Africa, e il Leone Iraniano), inclusi due leoni delle caverne di 30.000 anni fa – preservati nel permafrost in Siberia e nello Yukon.

Questo è quanto emerge da una pubblicazione comparsa su BMC Evolutionary Biology dove i ricercatori dell’Università di Durham hanno analizzato sequenze di genoma mitocondriale di alcuni esemplari conservati in museo.

La ricerca ha preso in esame la sequenza mitocondriale di 52 esemplari di leone fra quelli presenti e quelli vissuti in passato, l’analisi filogenetica ha rilevato tre differenti gruppi di Leoni:

    • Panthera leo;
    • Panthera spelea (popolazione omogenea dall’Europa alle aree nordiche quali Canada, Alaska e Siberia allora collegate dallo stretto di terra di Bering);
    • Panthera atrox (popolazioni separate al di sotto dell’area coperta dai ghiacci).

Dallo studio emerse che la specie del Leone, si pensa sia comparsa nell’Africa Orientale circa 124 mila anni fa, e solo in seguito, l’evoluzione della specie, abbia preso due percorsi separati in base alla diversificazione ambientale a cui stava andando incontro l’Africa centro-meridionale.

Il successivo processo di desertificazione del Sahara, di circa 50.000 anni fa, ha prodotto un ulteriore differenziazione con la conseguente comparsa di un gruppo di leoni che abitava l’area a Nord, più vicina al Nilo, ed uno più ad occidente separato dal grande deserto.

Circa 21.000 anni fa, poi, alcune popolazioni di leone, hanno iniziato ad abbandonare il continente africano, compiendo migrazioni simili a quelle dell’uomo; solo 5.000 anni fa si differenziarono la varietà del Leone Iraniano da quelle asiatiche di cui tutt’oggi sopravvivono solo 400 esemplari.

Animali preistorici

Wholly Rinos e la sua estinzione

Il rinoceronte lanoso o Wholly Rinos (Coelodonta antiquitatis) è una specie estinta di rinoceronte, uno dei rappresentanti più famosi del Pleistocene.

Ricoperto da una folta pelliccia e ben adattato al clima glaciale, visse in Europa ed in alcune parti dell’Asia, pascolando per la tundra a tratti steppica, circa 3,5 milioni di anni fa estinguendosi poi circa 10.000 anni fa.

Il nome del genere Coelodonta significa “dente cavo”, mentre il nome della specie, antiquitatis, significa “dell’antichità”.

Generalità sul Coelodonta antiquitatis

Gli individui raggiungevano circa i 3-3,8 metri di lunghezza con peso fino a 3000 kg e altezza fino a 2 metri. Il corpo era ricoperto da una pelliccia spessa e lunga, le orecchie erano piccole e corte, le zampe erano grosse e il corpo tozzo.

La maggior parte della documentazione del rinoceronte lanoso deriva da individui mummificati provenienti dalla Siberia e da pitture rupestri. Alcune pitture rupestri suggeriscono una vasta fascia scura tra le zampe posteriori e quelle anteriori, ma la caratteristica non è universale, e tale caratteristica è piuttosto incerta.

Gli arti tozzi e lo spesso manto di pelo lo rendevano estremamente adatto all’ambiente di steppa-tundra, prevalente in tutta l’ecozona paleartica durante le glaciazioni del Pleistocene. Come la stragrande maggioranza dei rinoceronti, l’anatomia del rinoceronte lanoso aderiva alla morfologia conservatrice dei primi rinoceronti visto nel tardo Eocene.

Uno studio del DNA di un esemplare vecchio di 40.000-70.000 anni, ha dimostrato che il parente esistente più vicino al rinoceronte lanoso è il rarissimo rinoceronte di Sumatra.

La dieta

A lungo i paleontologi si sono interrogati sulle precise preferenze alimentari dei rinoceronti lanosi, e infine concordarono che come i loro parenti moderni anche questi animali pascolavano e si nutrivano di arbusti.

La palaeodieta del rinoceronte lanoso è stata ricostruita utilizzando diverse linee di evidenza. Le ricostruzioni climatiche indicano che l’ambiente preferito dell’animale erano le fredde e aride steppe-tundra, che condivideva con altri grandi erbivori che costituivano una parte importante del ciclo di retroazione.

L’analisi dei pollini mostra una prevalenza di erbe e carici, di un più complesso mosaico di vegetazione.

Estinzione

Data la convivenza con Homo sapiens proprio durante il tramonto dell’era del rinoceronte lanoso, viene naturale domandarsi se gli esseri umani siano la causa principale dell’estinzione di Coelodonta antiquitatis.

Dalle ultime ricerche a cura dei ricercatori dell’Università di Stoccolma, e pubblicata su Current Biology, si hanno nuove notizie sull’estinzione del Rinoceronte Lanoso.

Se inizialmente infatti, si presupponeva che il rinoceronte lanoso si fosse estinto a causa della caccia intensiva portata avanti per secoli dagli esseri umani, ora le ricerche virano su altre cause.

I ricercatori dell’università svedese hanno analizzato e sequenziato il DNA di ossa, tessuto e peli di 14 esemplari di rinoceronti lanosi, prelevandoli dai resti che si sono conservati fino ad oggi.

Così facendo hanno scoperto che la popolazione del rinoceronte lanoso, così come quella di altre specie di animali della Siberia, scomparsi più o meno nello stesso periodo, è rimasta stabile e abbastanza diversificata per poi scomparire quando le temperature sono aumentate troppo, una condizione diventata non più sopportabile per animali che si erano adattati per millenni a vivere a temperature molto basse come quelle della Siberia.

Love Dalén, un professore di genetica del Center for Paleogenetics (un istituto a cui collaborano ricercatori dell’università svedese e del Museo Svedese di Storia Naturale) spiegò come i esseri umani si siano stanziati in Siberia nord-orientale anche prima di 14.000 o 15.000 anni fa: questo quindi fa presupporre che l’idea dell’estinzione a causa dell’attività antropica sia sbagliata.

Tramite analisi genetiche, i ricercatori sono riusciti a stimare che a seguito di un aumento della popolazione che seguì ad un periodo freddo avvenuto circa 29.000 anni fa, la stessa popolazione dei rinoceronti lanosi è rimasta più o meno costante, una stabilità che si protrasse fino a molto dopo l’arrivo degli esseri umani in Siberia.

I dati prelevati analizzando il DNA mostrano l’esistenza di alcune mutazioni genetiche che permisero al rinoceronte lanoso di adattarsi al clima più freddo, una caratteristica che è stata riscontrata anche nei mammuth lanosi.

In buona sostanza, a causare l’estinzione dei rinoceronti lanosi, fu un periodo di riscaldamento conosciuto come “Bølling-Allerød”. Si tratta di un periodo interstadiale sorprendentemente caldo e umido che occorse nelle fasi finali dell’ultimo periodo glaciale, tra 14.700 e 12.900 anni fa.

Questo avrebbe avuto effetti sulla flora del Nord Eurasia, facendo aumentare le specie vegetali arbustive ed arboree, mentre la taiga sottraeva terra alla tundra. Si ipotizza anche che il clima più mite avrebbe provocato un aumento delle nevicate che avrebbero poi ricoperto le distese di foraggiamento dei rinoceronti lanosi.

Questo cambiamento potrebbe essere stato troppo rapido e brusco per il rinoceronte lanoso, una specie ben specializzata al pascolo e al freddo.
Ma Homo Sapiens quindi non ha nessun ruolo in questa estinzione? Probabilmente si, infatti i ricercatori non escludono, che, la predazione di Homo sapiens, nelle ultime fasi di vita di questa specie, non possa aver contribuito al declino di questa specie, velocizzandone l’estinzione.

Animali preistorici

Evoluzione dell’elefante

La storia evolutiva dell’elefante

Gli elefanti sono animali enormi, con un passato interessante tutto da scoprire.

Non sempre sono stati così grandi e così robusti, non sempre hanno avuto proboscide e zanne ricurve.

Vediamo insieme in questo articolo da dove parte la loro storia evolutiva, e cosa li ha portati ad essere così maestosi e con questa forma particolare.

L’evoluzione dei proboscidati, inizia nelle foreste tropicali circa 30 milioni di anni fa, con forme di dimensioni simili ai maiali come Moeritherium.

The Phosphatherium

Si tratta di un piccolo erbivoro tozzo, grosso come un maiale, comparso in Africa circa 60 milioni di anni fa. Classificato dai paleontologi come il primo proboscidato, il phosphatherium sembrava e si comportava più come un ippopotamo pigmeo che come un elefante.

Sempre in Africa, circa 30 milioni di anni fa, come abbiamo già detto poco fa, si sviluppò Moeritherium, che visse immerso, nella maggior parte del tempo, in paludi e tra i boschi dell’Africa settentrionale. Il Moeritherium, sfoggiava un labbro superiore e un muso flessibili, oltre a canini estesi che possono essere considerati come zanne rudimentali.

Un altro proboscidato nord-africano, ritrovato in Egitto, è il Palaeomastodon: un possibile antenato che condurrà nel Pleistocene al Mastodonte. Alto da 1 a 2 metri, poteva arrivare circa a due tonnellate, con zanne e proboscide più corte rispetto agli odierni elefanti.

Forme intermedie tra gli elefanti ed i Gomphoteriidae, compaiono circa 20000000 di anni fa. Uno degli esemplari è Stegolophodon, vissuto in Africa tra Miocene e Pleistocene: caratterizzato da un numero superiore di molari, più allungati rispetto alle specie precedenti.

Il genere Stegodon, viene ritrovato anche in Asia: le dimensioni erano differenti rispetto a quelle africane che arrivavano ad un’altezza di 3 metri e una lunghezza di 5 metri.
L’aspetto doveva essere molto simile a quello degli attuali elefanti poiché le zanne inferiori erano molto ridotte o del tutto assenti.

Gomphoteriidae

Questo gruppo di proboscidati antichi, è vissuto dal tardo Oligocene all’Olocene, in tutti i continenti tranne l’Australia e l’Antartide.
Vengono spesso inclusi nel gruppo “artificiale” dei mastodonti ma in realtà non è così. I gomfoteri si sviluppano probabilmente da Palaeomastodon, e comprendevano proboscidati dalla taglia paragonabile a quella degli elefanti attuali. Gruppo ben diversificato, alcuni studiosi ritengono che alcune forme, ad esempio Platybelodon costituissero altre famiglie a sè, chiamati infatti proboscidati dalle zanne a spatola.

Ciò che caratterizza i gomfoteri e li rende specie a parte rispetto agli elefanti è la presenza di quattro zanne invece di due inferiori.
Poco distante dai gomfoteri troviamo i deinoteri, altra linea evolutiva dei proboscidati (il cui nome significa mammifero terribile). Probabilmente si differenziano all’inizio della catena evolutiva dei proboscidati: apparso durante il Miocene, aveva il corpo più corto rispetto agli odierni elefanti e zanne ricurve inferiori che gli donavano un aspetto terribile.

Forme intermedie tra gli elefanti ed i Gomphoteriidae, compaiono circa 20000000 di anni fa. Uno degli esemplari è Stegolophodon, vissuto in Africa tra Miocene e Pleistocene: caratterizzato da un numero superiore di molari, più allungati rispetto alle specie precedenti.
Il genere Stegodon, viene ritrovato anche in Asia: le dimensioni erano differenti rispetto a quelle africane che arrivavano ad un’altezza di 3 metri e una lunghezza di 5 metri.
L’aspetto doveva essere molto simile a quello degli attuali elefanti poiché le zanne inferiori erano molto ridotte o del tutto assenti.

Mammuthus e Mastodonti

I mammuthus, proboscidati famosissimi che vengono presi ad esempio per spiegare il concetto di animale estinto, sono animali parenti stretti degli elefanti, appartenenti alla famiglia degli Elephantidae, vissuti durante il periodo iconico conosciuto come era glaciale.

In termini scientifici si può dire che questi animali comprassero nel Pliocene, circa 4.8 milioni di anni fa, in Africa, si estinse circa 4000 anni fa.

Nonostante l’origine africana, i Mammuthus sono più assomiglianti ai moderni elefanti asiatici rispetto a quelli africani: probabilmente l’antenato comune si separò tra i 7 e i 6 milioni di anni fa.

La loro migrazione verso l’europa diede origine al Mammuthus meridionalis che si diffuse in Europa ed Asia e arrivò fino in Nord America. Con il peggiorare delle condizioni climatiche comparve una nuova specie il Mammuthus trogontherii il “mammut delle steppe” – adattato ad una dieta a base di erbe coriacee e ad un clima tipici della steppa – il quale diede origine al Mammut lanoso o Mammuthus primigenius.

Molto spesso viene confuso con il mastodonte, o Mammuthus americanum, che comparse in Nord America tra Pliocene e Pleistocene e si estinse circa 10000 anni fa: appartenente alla famiglia dei Mammutidae, il nome proviene dalla forma dei molari arrotondati assomiglianti ad una mammella (dente mammella = Mastodon)

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Evoluzione del cavallo

La storia evolutiva del cavallo

La storia evolutiva del cavallo inizia circa 50 milioni di anni fa con il più antico antenato ritrovato, ad oggi, Eohippus.

Dei passaggi evolutivi che portano al genere Equus si hanno parecchie informazioni poiché sono stati trovati diversi resti.

Sappiamo anche distinguere con certezza che i cavalli attuali provengono da tre ceppi antichi: Tarpan, Equus Robustus (entrambe estinti) e Equus Prezwalski (quasi estinti).

Il genere Equus ebbe origine in Nordamerica circa un milione e mezzo di anni fa.

La diffusione di questo animale fu sia in Europa che in Asia e Africa.

All’epoca della dispersione del cavallo, il continente americano era ancora unito a quello asiatico, questo permise appunto un passaggio di questi animali in altri continenti.

Con l’era glaciale il cavallo si estinse in America, mentre negli altri continenti continuò la sua evoluzione adattandosi alla perfezione a climi diversi.

È così che in Africa presero vita i rami evolutivi che hanno portato alle zebre e agli asini. In Asia e in Europa, invece, si svilupparono altre specie che hanno dato origine alle specie che noi possiamo vedere oggigiorno e che appartengono tutte a Equus Caballus.

Nel corso dei millenni molte ramificazioni si sono anche estinte, come l’Anchitherium e l’Hypohippus, discendenti del Miohippus, o l’Hipparion e l’Hippidion, discendenti del Merychippus.

L’aspetto del Pliohippus di 6 milioni di anni fa assomigliava molto a quello dei pony attuali, infatti questa specie rappresenta l’ultimo anello della catena evolutiva che ha dato origine all’Equus, diretto genitore del cavallo, apparso circo un milione e mezzo di anni fa.

Da allora è possibile distinguere l’evoluzione di questo pregevole mammifero attraverso 8 stadi principali. Vediamoli assieme:

Eohippus (o Hyracotherium)

Questo è il nome con cui si conosce il più antico antenato del cavallo. In realtà, la ricostruzione del suo scheletro lo rende più simile ad un piccolo cane. Il suo corpo aveva una dimensione compresa tra i 20 e i 40 cm di altezza. Aveva un muso corto e le orbite degli occhi erano poste al centro del viso.

I fossili di questo essere furono trovati in Oregon e nei sedimenti eocenici del Wyoming. Si pensa che sia apparso per la prima volta 55 milioni di anni fa e che si sia diffuso in Nord America ed Eurasia.

L’Eohippus era alto circa 30 cm, più o meno come una volpe o un cane e si cibava prevalentemente di foglie, piccoli arbusti e frutti, che brucava in boschi dal suolo paludoso. Per masticare aveva 44 piccoli denti adatti a masticare anche cibi di origine animale.

Le zampe anteriori avevano 4 dita, quelle posteriori 3: tutte le dita erano provviste di piccoli zoccoli, però l’Eohippus camminava appoggiandosi ai cuscinetti plantari.

La testa era piccola, le zampe corte, la schiena arcuata. Il mantello era maculato o striato, per permettergli di mimetizzarsi meglio nella boscaglia e sfuggire ai predatori. L’Eohippus aveva un carattere intraprendente e avventuroso, infatti si diffuse un pò ovunque sulla terra, come dimostrano i resti fossili ritrovati in Nordamerica, Europa, Asia e Africa.

Con il passare dei secoli e l’evolversi delle condizioni geo-climatiche della terra, il piccolo Eohippus modificò lentamente le sue caratteristiche.

Le zampe si allungarono per affrontare gli spostamenti in aree sempre più vaste e per scappare dai predatori, di conseguenza la sua altezza aumentò.

Per muoversi velocemente sui suoli rigidi di steppe e praterie, l’Eohippus sviluppò maggiormente il dito centrale fino ad arrivare ad avere un unico zoccolo in tutte le zampe, mentre delle altre dita non rimase che il metacarpo, il metatarso e le castagnette.

Cambiarono anche le sue abitudini alimentari: da brucatore divenne un erbivoro pascolatore, modificando l’apparato digerente e la conformazione dei denti, che si specializzarono per masticare diversi tipi di erbe e cereali. Anche il collo si allungò, per arrivare meglio all’erba a terra; gli occhi si spostarono più lateralmente per aumentare il campo visivo e individuare meglio i predatori.

Mesohippus

Il suo nome significa “cavallo intermedio” (o “cavallo di mezzo”).

Si suppone che abbia rappresentato la transizione dalla specie primitiva al cavallo moderno.

Qui compaiono i denti con corone alte che permettono di ruminare erba, foglie e germogli, migliorando la salute dell’animale.

I suoi fossili sono stati trovati in Canada e negli Stati Uniti, in Colorado, Nebraska e Dakota. Hanno vissuto circa 37 milioni di anni fa.

Miohippus

L’apparizione del Miohippus segna il primo ramo orizzontale nell’albero genealogico del cavallo.

Significa che inizia la diversificazione delle razze.

Si presume che ci fossero molti tipi diversi di Miohippus.

Occuparono ampiamente l’Oligocene, soprattutto nell’area della Florida e degli Stati Uniti occidentali. Hanno vissuto 32 milioni di anni fa.

Merychippus

È il primo antenato che assomiglia al cavallo moderno.

Sebbene i piedi avessero ancora 3 dita, il muso e le gambe erano già allungati.

Ciò rappresentava la possibilità di migrare su distanze più ampie e aumentare le possibilità di pascolo.

Pliohippus

È considerato il nonno del cavallo.

Si è ampiamente diffuso e diversificato, dando luogo a varie razze che hanno occupato l’intero continente. Hanno vissuto da 6 e 12 milioni di anni fa.

Equus

E’ l’unico che è riuscito a sopravvivere, grazie alla sua capacità di adattamento.

Si presume che il primo esemplare sia apparso 5 milioni di anni fa

I suoi fossili sono stati trovati in tutti i continenti, ad eccezione dell’Australia e dell’Antartide.

L’Equus ha accompagnato l’uomo in guerra, ha migrato con lui, è stato fondamentale per l’agricoltura e per viaggiare.

Oggi viene impiegato anche in competizioni sportive e nella pet therapy.

Da circa 3500 anni è un compagno fedele nella vita dell’essere umano ed è stato al fianco di grandi personaggi che hanno fatto la storia.

Da circa 3500 anni è un compagno fedele nella vita dell’essere umano ed è stato al fianco di grandi personaggi che hanno fatto la storia.

Animali preistorici

Evoluzione dei cetacei

Un argomento a me molto caro perché fin da piccola sono sempre stata appassionata di cetacei: ovviamente da piccoli si conoscono solamente le specie che più si vedono in tv e nei libri per bambini, quindi delfini e balene.

Piano piano, prima degli studi universitari, mi ero però fatta travolgere da questi meravigliosi animali ed avevo iniziato a cercare un po’ di informazioni su loro. Studiandoli avevo intuito che non erano sempre stati mammiferi acquatici ma poche erano le informazioni che riuscivo a rimettere insieme per capire a fondo la loro origine.

Quindi ho pensato che sarebbe stato bello riassumere tutto in un articolo, in caso foste anche voi interessati come me all’evoluzione dei cetacei.

In principio

 

Circa 53 milioni di anni fa, nell’Eocene, i mari erano ricchi di specie marine di tutti i tipi: squali, razze, pesci ossei e cartilaginei, crostacei e via dicendo. Ciò che mancava agli oceani e ai mari più profondi erano degli esseri eleganti e fluidi in grado di cantare e comunicare e respirare con i polmoni..proprio così in quel tempo le balene non esistevano o meglio esistevano i loro antenati che però erano terrestri!

Però in un paese lontano, l’attuale Pakistan, un piccolo animale su quattro zampe, con zoccoli, muso da coccodrillo e corpo da lontra cacciava dentro l’acqua, molto silenziosamente, entrava, lasciando fuori solo occhi, naso e orecchie che nel muso erano quasi allineati in modo da permettergli di avere i sensi ben attivi.

Da quel momento, quel piccolo animaletto, si è spinto sempre più in acqua per procacciarsi il cibo, cambiando di netto la sua dieta da erbivoro a carnivoro, ed adattandosi pian piano alla vita acquatica. Si, sto riferendomi proprio ai primi archeoceti e ai loro antenati.

Le conseguenze che portò la vita acquatica furono differenti: il cambio di dieta con conseguente adattamento di denti più idonei alla triturazione della carne. Adattamento dell’orecchio: scomparendo l’orecchio esterno, l’udito era salvo e si potevano in questo modo sentire i suoni anche a differenti profondità.

Successivamente persero il pelo in favore di una pelle adatta all’acquaticità per essere più veloci e idrodinamici. E le zampe divennero pinne, non tutte però: le zampe posteriori si atrofizzarono in favore dello sviluppo di una pinna per dare il movimento al corpo.

E le dimensioni? Da quando questi animali hanno iniziato a divenire così imponenti? Lo scopriremo tra poco!

Gli studi eseguiti nel corso degli anni testimoniano come i cetacei siano filogeticamente molto vicini agli artiodattili. Tra le specie odierne dello stesso filum troviamo gli ippopotami, tra quelle estinte l’Indoyhus.

Sono moltissime le specie che si sono succedute nel corso evolutivo prima di arrivare alle specie odierne, qui vi presenterò soltanto i più importanti per la storia dei cetacei.

Indoyhus

Indohyus era un animale delle dimensioni di un procione, il cui apparato scheletrico era molto simile a quello degli attuali cetacei.

Si ipotizza, grazie ad uno studio del 2007 pubblicato su Nature, che questi animali avessero grande affinità con l’acqua: molto probabilmente spendevano numerose ore a stretto contatto con l’acqua nutrendosi di invertebrati e piante acquatiche

Viene considerato l’anello di congiunzione tra i cetacei e l’ippopotamo per le caratteristiche in comune ad entrambe.

Pakicetus

Vissuto 35 milioni di anni fa, il Pakicetus, vissuto all’incirca 35 milioni di anni fa, fu uno dei principali antenati di delfini e balene, per via della struttura dell’orecchio molto simile a quella dei cetacei. Dimensioni simili a quelle di un lupo, questa specie aveva denti adatti a un’alimentazione piscivora, ma non disdegnava anche piccoli animali che si avvicinavano ai corsi d’acqua per bere. Le orbite erano situate sulla sommità del capo come gli odierni ippopotami, la coda era lunga e le zampe dotate di zoccoli ma ancora la pelle era ricoperta di pelo.

Ambulocetus

Appartenente alla famiglia degli Ambulocetidae, la sua forma era molto simile a quella di un coccodrillo. Viveva in ambienti lagunari e costieri. Tuttavia, sebbene i loro scheletri risultassero più modificati per la vita acquatica, le loro dita non erano palmate. Era un predatore anfibio, è il primo archeocete riconducibile ad un ambiente marino.

Protocetus

Questi animali possedevano ancora gli arti posteriori anche se più piccoli rispetto a quelli dei loro antenati. Il Maiacetus innus, una specie della famiglia dei protocetidi, venne ritrovato con un embrione a uno stadio tardivo all’interno del corpo: dallo studio di questo fossile si capì che raggiungeva la terraferma per partorire. Tutti i protocetidi, avevano molto probabilmente, uno stile di vita simile a quello delle foche, completamente acquatico ma connesso al mondo esterno per il parto, il riposo e gli accoppiamenti.

Basilosaurus

Appartenente alla famiglia dei Basilosauridae, persero la connessione tra arto posteriore e zona sacrale, ridussero agli estremi gli arti posteriori, svilupparono un collo corto e gli arti anteriori si trasformarono in pinne.

Con l’estinzione degli Archeoceti, si svilupparono le specie odierne che noi conosciamo: i cetacei.

Tra la circolazione oceanica modificata, e la produttività degli oceani, gli archeoceti si estinsero per lasciare spazio a nuove specie adattate a questi nuovi ambienti marini. Si pensa che prima si svilupparono i misticeti, quindi balene e megattere, e successivamente gli odontoceti, delfini, capodogli e globicefali.

La balena più antica sembra sia stata il Durodon vissuto circa 42 milioni di anni fa, mentre il delfino più antico era lo Squalodon vissuto circa 33 milioni di anni fa.

I cetacei che noi oggi conosciamo hanno dovuto dunque subire drastici cambiamenti nel corso di milioni di anni per potersi adattare sempre meglio a una vita totalmente marina.

Studi recenti hanno dimostrato come l’evoluzione delle balene sia un evento molto complesso: Il gruppo di ricerca guidato dal prof. Arnason, del Senckenberg Research Institute di Francoforte, in Germania, ipotizza che tra le balenottere (famiglia Balaenopteridae) siano avvenute molte ibridazioni, soprattutto nelle prime fasi della loro evoluzione, il lavoro è stato pubblicato su Science Advances nel 2018.

Anche se esistono studi recenti sulle loro dimensioni, ancora non si sa con certezza per quale motivo questi animali abbiano raggiunto dimensioni così estreme. Si ipotizza fosse per un adattamento al clima più freddo. Si sa con più esattezza che questa evoluzione iniziò circa 15 milioni di anni fa, grazie ad uno scheletro ritrovato nel 2006 a Matera.

Potremo dire molto altro su questi splendidi animali: sono sicuramente altamente complessi e c’è ancora tanto da conoscere sulla loro vita ed evoluzione.

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