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Arte paleolitica

Il Segreto dell’Arte Mobiliare nel Paleolitico Superiore che unisce…

L’arte mobiliare del Paleolitico superiore è affascinante perché mostra da vicino la spiritualità e la straordinaria manualità dei nostri antenati. Parliamo di oggetti che potevano essere trasportati, stretti in mano o indossati, il che conferisce loro un’intimità pazzesca rispetto alle grandi pitture rupestri.

Quando pensiamo alle prime manifestazioni artistiche dell’umanità, la mente corre subito alle spettacolari pareti rocciose di Lascaux o ad Altamira. Ma esiste un universo espressivo altrettanto potente, letteralmente “tascabile”: l’arte mobiliare nel Paleolitico superiore.

Tra i 40.000 e i 10.000 anni fa, gli uomini del Paleolitico superiore, non si sono limitati a dipingere pareti di oscure caverne, ma è evidente che in qualche modo sentissero il bisogno e/o il piacere di plasmare e scolpire piccoli oggetti che potessero essere toccati, trasportati e custoditi gelosamente durante i loro lunghi spostamenti.

Questi manufatti, noti anche come arte portatile, rappresentano una vera e propria rivoluzione cognitiva e culturale. Non parliamo solo di semplici strumenti di sopravvivenza, ma di una complessa narrazione visiva che getta un ponte emotivo lungo millenni, collegando i cacciatori della preistoria ai creativi e agli illustratori dei giorni nostri.

Cos’è l’Arte Mobiliare e perché ha cambiato la Storia dell’Uomo

L’arte mobiliare comprende tutti quegli oggetti artistici realizzati su supporti rimovibili e di piccole dimensioni.

I materiali prediletti dagli artigiani del Paleolitico erano quelli offerti dalla natura circostante: l’avorio di mammut (estremamente pregiato ed elastico), le corna di renna o di cervo, le ossa lunghe dei grandi mammiferi e le pietre tenere come la lignite o il calcare.

Utilizzando si presuppone strumenti litici come i bulini, venivano eseguite incisioni di profili di animali e geometrie complesse, o scolpite figure tridimensionali di un realismo e di un dinamismo che lasciano sbalorditi se si pensa che non avevano paragoni con cui confrontarsi se non la natura che li circondava.

La caratteristica straordinaria di questa produzione è la sua portabilità, da cui deriva anche il nome (mobiliare); nell’epoca segnata da continue migrazioni, questi piccoli capolavori fungevano da simboli di riconoscimento sociale, amuleti protettivi e, probabilmente, da primi dispositivi di comunicazione visiva tra tribù distanti.

Il Fascino Geo-Archeologico: I Tesori Vicino a Noi

Molti associano queste scoperte esclusivamente ai famosi siti archeologici franco-cantabrici o dell’Europa centrale.

Tuttavia, l’Italia – e in particolare il territorio dell’Emilia-Romagna – conserva testimonianze eccezionali di questo legame ancestrale con la materia.

Chi segue il mio lavoro sa quanto io sia magneticamente attratta dalle silhouette primordiali.

Le Veneri paleolitiche, celebri statuette femminili con attributi anatomici fortemente accentuati e volti spesso privi di tratti somatici, sono una costante fonte d’ispirazione per le mie paleo-illustrazioni. Figure leggendarie come la Venere di Willendorf o la nostra eccezionale Venere di Savignano (rinvenuta proprio in Emilia-Romagna, nel modenese) non erano semplici rappresentazioni anatomiche.

Erano archetipi: forme pure, esasperate per celebrare la sacralità della vita, la fertilità e la profonda connessione con la terra.

L’Arte Paleolitica come Ispirazione Visiva Contemporanea

Esplorare l’arte mobiliare del Paleolitico superiore significa comprendere che l’esigenza di stilizzare la realtà per comunicare un concetto profondo è insita nel DNA umano.

Che si tratti di un bisonte inciso sulle corna di una renna o di un’illustrazione digitale destinata al web, la sfida dell’artista rimane identica: racchiudere un’emozione in uno spazio limitato.

Le Veneri preistoriche e gli straordinari animali dell’arte portatile sono solo l’inizio di un lungo viaggio visivo che ho intenzione di raccontarvi. Nei prossimi articoli esploreremo da vicino i segreti di specifiche statuette e vedremo come il minimalismo antico stia influenzando le tendenze dell’illustrazione contemporanea.

Evoluzione umana

Il Magdaleniano

Il magdaleniano (o “maddaleniano”) è l’ultima cultura del Paleolitico superiore europeo, sviluppatosi tra circa 17.000 e 10.000 anni fa, durante l’ultima glaciazione.
Il nome deriva dal sito archeologico da Abri de la Madeleine, in Dordogna (Francia), indagato per la prima volta nel 1863, da Édouard Lartet.

il Magdaleniano è noto per la raffinatezza degli strumenti in pietra e osso, tra cui spiccano punte di freccia, arpioni, aghi e bulini. L’osso, il corno di cervo e l’avorio venivano lavorati per creare oggetti di uso quotidiano e ornamenti.

Questo periodo è famoso per la fioritura dell’arte rupestre, con le celebri pitture parietali nelle grotte di Altamira (Spagna), Lascaux (Francia) e molte altre. Le immagini raffigurano animali come bisonti, cavalli e cervi, spesso con un elevato livello di dettaglio e realismo.

il Magdaleniano coincide con un periodo di cambiamento climatico, con l’aumento delle temperature e la ritirata dei ghiacciai. L’ambiente era caratterizzato da tundra e steppe, con una fauna ricca di renne, cavalli, bisonti e mammut.

DISTRIBUZIONE GEOGRAFICA

La civiltà magdaleniana si estende dai monti Cantabrici alle Isole Britanniche e dalla Francia alla Polonia (e forse anche alla Russia).

Nonostante quest’ampia distribuzione geografica, le stazioni principali e più significative sono raggruppate in territori relativamente ristretti della Francia SO (Périgord, Pirenei) e della Cantabria (Santander). Principalmente in base alle ricerche sistematiche intraprese nelle grotte francesi, fu possibile studiare la tipologia del materiale etnografico e individuare le principali fasi attraversate da quella civiltà nel corso millenario della sua evoluzione.

PERIODIZZAZIONE

La cultura magdaleniana viene suddivisa, sebbene non vi sia un accordo unanime tra gli studiosi, in “magdaleniano antico” (I-III), maddalueniano medio (III-IV) “magadaleniano recente” (V-VI) “magdaleniano terminale”, o “aziliano”, dal sito di Le Mas-d’Azil nei Pirenei francesi, secondo alcuni già nel Mesolitico.

  • Maddaleniano Antico (I-III): Questa fase iniziale è caratterizzata da una maggiore semplicità degli strumenti litici e ossei, e da una minore presenza di elementi decorativi. Si sviluppa tra circa 17.000 e 14.000 anni fa.
  • Maddaleniano Medio (III-IV): Durante questa fase, si osserva un’evoluzione nelle tecniche di lavorazione e una maggiore varietà di strumenti, con una crescente attenzione alla decorazione. Si data tra circa 14.000 e 12.500 anni fa.
  • Maddaleniano Recente (V-VI): Questa fase finale è caratterizzata dalla massima raffinatezza degli strumenti e da una straordinaria fioritura dell’arte, sia mobiliare che parietale. È il periodo delle grandi grotte decorate come Lascaux e Altamira. Si sviluppa tra circa 12.500 e 10.000 anni fa.
  • Maddaleniamo Terminale o Aziliano: non riconosciuto da tutti come periodo finale ma come periodo di transizione tra la fine del Paleolitico superiore e l’inizio del Mesolitico.
Arte paleolitica

Venere di Willendorf

La venere di Willendorf, famosissimo esempio di arte mobiliare Paleolitica, di cui ho parlato in un articolo tempo fa (lo puoi leggere cliccando qui), non finisce mai di consegnarci nuove informazioni sul suo conto.

Venere di Willendorf – la descrizione

Statuetta steatopigia di soli 11 cm di altezza, riproduce una figura femminile nuda con le braccia, qui ritratte atrofizzate, posate sopra i seni.

I tratti del viso non sono accennati, bensì, ogni punto della testa è ricoperta da un’acconciatura o forse da un copricapo.

Ritrovata nel 1908 dall’archeologo Josef Szombathy, in un sito risalente al Paleolitico superiore, presso Willendorf in der Wachau, in Austria, venne datata a circa 23.000-19.000 a.C.

Le ultime scoperte

La scoperta sensazionale, riferita a questa statuetta, è proprio relativo alla pietra calcarea in cui è stata scolpita.

Si tratta di una “oolite”, una roccia composta da sferette calcaree di natura sedimentaria dal diametro inferiore a 2 mm. Ad analizzare il materiale della Venere sono stati i due geologi Alexander Lukeneder e Mathias Harzhauser assieme, all’esperto di preistoria Walpurga Antl-Weiser, del Museo di Storia naturale di Vienna

Dagli studi, avvenuti nel 2022, è emerso, grazie alla tomografia a elevata risoluzione, che, il luogo più vicino dove sarebbe stato possibile estrarre il materiale utilizzato per la statuetta si trova nel Nord Italia, e più precisamente sul lago di Garda.

I ricercatori sono riusciti a ottenere immagini con una risoluzione che arriva a 11,5 μm (un milionesimo di metro): come per tutte le ooliti l’interno della roccia è risultato non uniforme, con all’interno granuli di limonite (ossido di ferro con presenza di acqua) e piccoli resti di conchiglie.

«I granuli di limonite sono probabilmente scoppiati mentre lo scultore della Venere la stava lavorando», spiega Antl-Weiser, «e proprio nel punto dove c’è l’ombelico ne fece… di necessità virtù».

Questa distanza da Willendorf e il lago di Garda, fa presupporre gli studiosi che, gli uomini del Paleolitico superiore, avessero un grande controllo del territorio.

Le strade percorribili per arrivare al Garda erano due:

  • la prima avrebbe portato a circumnavigare le Alpi, percorso che, stando ad altre ricerche, venne sicuramente utilizzato dalle popolazioni di allora.
  • la seconda invece non si sa se fosse veramente percorribile all’epoca delle glaciazioni e passava direttamente attraverso le Alpi, passando a fianco dei fiumi, ma sempre a più di 1000 metri di quota.

Il dubbio degli scienziati riguarda la contesa della roccia: le ooliti giurassiche non si trovano soltanto in Italia ma anche in Ucraina orientale che però si trova a 1600km di distanza da Willendorf.

Erano veramente abituati a percorrere queste grandi distanze? Facevano scambi con gruppi di popolazioni incontrate per caso? Nessuno potrà mai svelarci questi misteri, possiamo solo fare ipotesi e supposizioni al riguardo, confrontando i resti che abbiamo davanti a noi con lo studio del territorio circostante.

Concludendo, le indagini ancora in corso

Il dubbio degli scienziati riguarda la contesa della roccia: le ooliti giurassiche non si trovano soltanto in Italia ma anche in Ucraina orientale che però si trova a 1600km di distanza da Willendorf.

Erano veramente abituati a percorrere queste grandi distanze? Facevano scambi con gruppi di popolazioni incontrate per caso? Nessuno potrà mai svelarci questi misteri, possiamo solo fare ipotesi e supposizioni al riguardo, confrontando i resti che abbiamo davanti a noi con lo studio del territorio circostante.

Arte paleolitica

Incisioni rupestri

L’arte parietale è il tipo più antico di arte, di cui i primi ritrovamenti sono stati effettuati intorno ai 40000 anni fa.

Come già detto in questo articolo ci sono due principali tecniche di disegno che venivano effettuati dagli uomini preistorici:

  • Incisione;
  • Pittura.

La morfologia generale della caverna, determinava le scelte artistiche: si usava una determinata tecnica anche in rapporto al tipo di conformazione naturale della roccia.

Il termine graffito deriva dal verbo graffiare: un disegno inciso nella parete presuppone che si compia un’azione con uno strumento appuntito in modo da scavare un solco delineando una forma che andrà a comporre il disegno.

Le incisioni del Paleolitico superiore dette anche petroglifi o graffiti, sono appunto segni scavati nella roccia per mezzo di strumenti come bulini di selce o schegge/lame più o meno appuntite.

In alcuni casi il graffito è costituito solo da una linea scavata nel sottile strato di argilla presente sulle pareti delle grotte ed in questo caso veniva tracciato anche a mano libera.

Questo tipo di disegno, viene ritrovato sia sulle pareti che su alcuni oggetti come propulsori e statuette antropomorfe: questo perché è un modo di disegnare che si conserva più a lungo rispetto al modo di pittura rupestre (la quale invece se non in un luogo a conservazione eccezionale – come l’interno delle grotte – si deteriora molto in fretta), quindi possiamo dire che la troviamo su più tipi di supporto solo per questo motivo.

In questo articolo prenderemo ad esame tre siti archeologici dove sono stati rinvenuti incisioni: Grotta dell’Addaura, Grotta del Caviglione e Grotta di Rouffignac.

Grotta dell’Addaura

Si trova nei pressi di Palermo, in Sicilia, risalente al Paleolitico superiore circa 15000 anni fa. La grotta in questione fa parte di un complesso di grotte che si trovano circa a 70 metri sul livello del mare. In alcune sono stati rinvenuti utensili in selce e quarzite e ossa di fossili di animali ma solo in una delle grotte, è presente una delle più belle rappresentazioni di arte parietale del paleolitico superiore.

Il modo in cui sono venute alla luce è alquanto singolare: le grotte venivano utilizzate durante la seconda guerra mondiale come magazzino per armi e munizioni. Lo scoppio accidentale delle armi provoco un distacco dalle pareti di una patina di incrostazione che rivestiva le pareti originali della grotta portando alla luce le incisioni.

Una delle scene che domina le pareti è costituita dalla presenza di figure umane: le ipotesi sul significato di questa pittura sono svariate.

Alcuni studiosi ritengono che sia una scena in cui ci sono alcuni acrobati nell’atto di compiere peripezie e salti. Altri dicono che invece ci si trovi nel mezzo di un rito propiziatorio e sacrificale con uno sciamano che dirige la cerimonia. L’ipotesi più ampia ed accurata potrebbe essere che si tratti di una rappresentazione di un rito sacrificale, nel quale vi erano presenti danzatori e spettatori che improvvisavano particolari acrobazie; lo scopo del rito non si conosce esattamente, potrebbe essere qualche rito propiziatorio per la caccia.

Grotta del Caviglione

Risalente a 25000 anni fa, nel complesso dei Balzi Rossi a Ventimiglia furono tracciate alcune centinaia di incisioni rupestri.

Tra queste spicca l’immagine di circa 40 cm di lunghezza, di un equide, reso in modo molto realistico. Fu disegnato con un unico tratto sulla parete calcarea della caverna e venne sicuramente eseguito da un individuo con elevate capacità espressive.

Il contorno fu delineato così bene da riconoscerne la specie: probabilmente si trattava di Equus prezwalski vissuto nella fase finale di quella che viene chiamata “glaciazione del Würm” (il più recente periodo glaciale), molto affine al contemporaneo cavallo selvaggio della Camargue.

Il corpo dell’animale appare solcato da profondi intagli verticali paralleli, che sono risultati anteriori alla sua esecuzione. Il ritrovamento di grumi di sostanze coloranti all’interno di alcune grotte ha fatto supporre che le pareti potessero essere dipinte. Il processo di desquamazione della roccia e l’uso delle stesse grotte nel tempo (quali, ad esempio, fornaci per la calce), nonché il passaggio dei treni a vapori, hanno cancellato ogni eventuale traccia di queste pitture.

Grotta di Rouffignac

Scoperta nel 1956 da quattro ricercatori, si trova nei pressi di Less Eyzies nella Francia del sud.

Una grotta che purtroppo non era sconosciuta: nel 1575 veniva descritta da François de Belleforest come una grotta dalla quale uscivano grandi meraviglie, altari, disegni e tracce di animali di ogni sorta.

Purtroppo non tutti quelli che la conoscevano portavano rispetto per l’antichità della stessa: molto spesso infatti hanno segnato il passaggio scrivendo sulle pareti e soffitti. I riconoscimento dell’arte parietale portò fine a questo scempio inserendo subito la grotta tra i monumenti storici.

Per la preservazione della grotta la visita è possibile solo tramite un treno elettrico: in questo modo si evita il calpestio del suolo e si riduce l’esposizione a fonti di illuminazione.

All’interno vengono ritrovate tracce lasciate dagli artigli di orsi che hanno abitato per primi la grotta, tane di orsi, e poi incisioni e pitture riferite a mammut, cavalli, stambecchi, orsi, bisonti e figure non ben precisate.

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