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Evoluzione umana

Le sepolture

La conservazione delle testimonianze archeologiche nel terreno è in stretta relazione con i processi antropici e naturali in senso lato (fisici o biologici) che ne hanno determinato il seppellimento ma anche con gli eventi che hanno successivamente interessato il deposito stesso.

In natura, sappiamo che qualsiasi tipo di materiale si può conservare in condizioni ambientali particolari, però i resti inorganici si conservano molto più facilmente rispetto a quelli organici.

Quindi possiamo dire che ossa e pietre si conservano molto meglio di pelli e legno che sono maggiormente deperibili. É questo il caso delle sepolture che, se non in qualche caso in cui vengono disgregate da processi post-deposizionali quali, scavi di età medievali per fossati e simili, si conservano abbastanza bene.

Le prime sepolture

La sepoltura è una tappa fondamentale nella storia dell’uomo. I primi ritrovamenti li dobbiamo alle popolazioni musteriane che hanno popolato il vecchio mondo all’incirca 100.000 anni fa.

Tutte le classi d’età sono rappresentate, dai feti fino agli anziani. Il “vecchio” della Chapelle-aux-Saints, morto ad un’età di circa 50 anni, è sicuramente uno dei più anziani tra i Neandertaliani inumati.

Uno degli aspetti più caratteristici è l’associazione delle sepolture ai luoghi d’abitato, particolare abbastanza evidente quando lo scavo della fossa, come a Kébara, taglia una successione di focolari ben stratificati.

Due casi particolari meritano di essere segnalati: quello di Ferrassie, dove nella stessa fossa sono stati rinvenuti i resti di un bambino molto giovane e di un feto, e quello di Qafzeh in cui è stata ritrovata una donna in posizione supina, con ai piedi i resti, disposti perpendicolarmente, di un bambino di circa sei anni.

ho coperto le nudità del vecchio della Chapelle-aux-saints con un gonnellino simpatico per strapparvi un sorriso!

PALEOLITICO SUPERIORE

Nel Paleolitico superiore compaiono, in Europa, le prime sepolture accompagnate da ampi corredi funerari. Queste si trovano talvolta isolate, in altri casi raggruppate negli stessi siti abitati. Sono documentati anche casi di sepolture bisome e trisome.

La presenza di ricchi corredi funerari sembra suggerire l’esistenza, a partire da questo periodo, di differenziazioni sociali all’interno del gruppo, forse legate alle funzioni di tipo rituale rivestite da alcuni individui. L’analisi di corredi appartenenti a sepolture diverse suggerisce, in alcuni casi, l’appartenenza degli individui allo stesso gruppo.

Le prime sepolture attribuite all’uomo moderno in Europa sono quelle rinvenute nel sito eponimo di Cro-Magnon, datate all’Aurignaziano. Si tratta di cinque individui associati a circa 300 conchiglie importate dall’Atlantico. Appartengono sempre all’Aurignaziano le impronte di corpi (prive di ossa, così conservate per un processo eccezionale di fossilizzazione) conservate nella Cueva Morin, in Cantabria, ricoperte da una sorta di tumulo e le sepolture di Mladec, in Moravia, riferibili a circa 10 individui.

I morti hanno spesso abiti decorati e ricchissimi di ornamenti e a volte sono cosparsi di ocra colorata. Inoltre le tombe presentano offerte di cibo o oggetti, come strumenti in selce, statuine, armi e altri oggetti intagliati il cui uso non sempre è chiaro e, forse, ha una funzione puramente rituale.
Le fosse che ospitano queste sepolture sono state scavate appositamente e i corpi sono deposti sdraiati o, in alcuni rari casi, rannicchiati.

Le tombe sapiens del Paleolitico superiore in Europa giunte fino a noi sono abbastanza numerose: una cinquantina in tutto.
Sono due le zone europee che ne ospitano di più: la Repubblica Ceca (in particolare in Moravia) e l’Italia; vi sono poi stati ritrovamenti in Francia, Inghilterra, Portogallo e Russia.

SEPOLTURA DI SUNGHIR (RUSSIA)

La sepoltura di Sunghir, sito russo datato a circa 27000 anni fa, ospita una tomba con una coppia di ragazzi composta da una bambina di circa 9-10 anni e un ragazzo di 12-13 anni: i due corpi sono distesi uno accanto all’altro, testa contro testa, e presentano un corredo funerario ricchissimo.

I due corpi erano probabilmente abbigliati con vestiti erano decorati con migliaia di perline di avorio di mammut.
Sono presenti bracciali e ornamenti di vario genere sempre in avorio, tra cui un grande punteruolo posto sul petto di ciascuno che probabilmente aveva la funzione di chiusura del sudario in cui era avvolto ciascun corpo. Altri oggetti ritrovati accanto ai corpi sono: dischi di avorio traforato e lunghe punte di avorio, probabilmente denti di narvalo.

Sempre nello stesso luogo, è presente la sepoltura di un uomo anziano, di ben 60 anni, che rappresenta un record per l’anzianità del Paleolitico. L’uomo è stato deposto supino con le braccia incrociate sul petto ed il corpo coperto di ocra rossa. Anche in questo caso ritroviamo un corredo funebre abbastanza ricco composto da: ossa con incisioni, manufatti litici, decori creati con denti atrofici di cervo e perle d’avorio, bracciali e pendagli, un ricco copricapo e una serie di oltre 3000 dischi di osso e avorio.

LO SCIAMANO DI BRNO

L’anziano di questa tomba presenta alcune caratteristiche insolite la più eccitante delle quali risiede nel corredo funebre. Anche qui troviamo una varietà di oggetti: conchiglie, dischetti di vari materiali privi di fori di sospensione, una bacchetta in avorio di dubbia provenienza. Inoltre all’interno della sepoltura vi era una figura umana in avorio di circa 20 cm che probabilmente rappresentava una marionetta.

L’eccezionale scoperta è insolita perchè ogni oggetto ritrovato nel corredo funebre ha solamente una funzione decorativa, per questo si presuppone che l’uomo anziano deposto fosse uno sciamano.

IL GIOVANE PRINCIPE

Una delle sepolture più conosciute e meglio conservate in Italia è costituita da quella del giovane Principe, nella Grotta delle Arene Candide, in Liguria.

Il corpo appartiene ad un ragazzo adolescente di circa 15 anni, che è stato soprannominato “il principe” per il ricchissimo corredo funerario presente.

La testa del ragazzo appare coperta da centinaia di conchiglie, gusci di ricci di mare, denti di cervo e pendenti d’avorio.
Il busto è cinto da una sorta di armatura fatta di corni d’alce, originariamente tenuti insieme da un laccio di pelle, mentre sulle ginocchia vi sono pendenti d’avorio di grandi dimensioni. Nella mano destra stringe una lama di selce di 25 cm.

I materiali di molti degli oggetti e delle decorazioni trovate in questa sepoltura vengono da lontano: in particolare l’avorio (raro in Italia) e la selce vengono dall’attuale Francia.


Probabilmente il giovane ragazzo è morto con una morte violenta, questo perchè alla sepoltura manca parte della mandibola e delle ossa della spalla sinistra.

LA DAMA DEL CAVIGLIONE

Sempre proveniente dal complesso dei Balzi Rossi in Liguria, nel 1872, venne portata alla luce all’interno della Grotta del Caviglione, una sepoltura attribuita inizialmente ad un uomo adulto del Paleolitico superiore, denominato “uomo del Mentone”. Solo nel 2016, dopo studi approfonditi, gli studiosi capirono che quella sepoltura era attribuibile ad una donna, che venne denominata “dama del Caviglione”. Datata a circa 24000 anni fa, morì all’età di 37 anni. Il suo cranio era ricoperto con piccolissime conchiglie marine e denti atrofici di cervo. Lo scheletro era deposto sul fianco sinistro in posizione fetale, con due punte di freccia e un grosso osso forato posto sul petto ad indicare forse una collana. All’interno della sepoltura vennero ritrovate abbondanti tracce di ocra rossa tipico delle sepolture paleolitiche.

I NEGROIDI

Ritrovati nel complesso delle Grotte Liguri che restituirono anche il Giovane Principe e la Dama del Caviglione, all’interno della Grotta dei Fanciulli venne ritrovata una straordinaria sepoltura che conteneva una donna anziana con un braccialetto di conchiglie marine e un adolescente di circa 15-17 anni che presentava un copricapo costituito da quattro file di conchiglie marine.

Ritrovati in posizione rannicchiata con le teste protette da una serie di pietre, i due corpi presentano caratteristiche uniche, rispetto alle altre sepolture dei Balzi Rossi, come: minore statura (1.59 la donna ed 1.56 il ragazzo) ed una differente morfologia del cranio (più simile alle razze negroidi).

Per un periodo limitato di tempo si parlò addirittura di una nuova specie detta “razza Grimaldi”. Successivamente, grazie ad alcuni studi degli anni 60, venne dimostrato come i due corpi non avevano caratteristiche differenti dagli altri inumati, semplicemente erano più antichi, riferibili infatti al periodo gravettiano.

MESOLITICO

Anche le sepolture mesolitiche rivelano una grande diversità e complessità.

In ambito europeo l’aumento di necropoli, ubicate soprattutto in ambiti costieri, mette in evidenza l’incremento demografico che accompagna questo periodo e l’innescarsi, in alcune aree, di un lento processo di sedentarizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia si registra il ritrovamento di un’unica necropoli (grotta dell’Uzzo presso Trapani) da cui provengono 12 scheletri e di soli altri cinque rinvenimenti isolati, tre dei quali situati fra Veneto e Trentino (riparo di Mondeval de Sora, Vatte di Zambana, Mezzocorona).

La maggior parte delle sepolture note sono individuali mentre più rare sono quelle multiple. I defunti sono prevalentemente deposti supini anche se non mancano rari casi di deposizione di defunti seduti; le os- sa sono state sottoposte in alcuni casi a particolari riti.

Gli oggetti ornamentali (soprattutto conchiglie marini e denti forati) sono abbastanza frequenti. Questi si accompagnano talvolta ad elementi di corredo che fanno riferimento ad oggetti di uso quotidiano del defunto (manufatti in osso, palco di cervo, nuclei e strumenti in selce). Fra le sepolture europee di questo periodo una delle più ricche e meglio conservate è quella di Mondeval de Sora sulle Dolomiti Bellunesi.

Della sepoltura di Mondeval de Sora, ve ne parlerò in un articolo dedicato poichè, è stato oggetto della mia tesi di Laurea Triennale, e merita davvero una menzione a sè.

Evoluzione umana

La cronologia

Il concetto di cronologia, nella preistoria ed in generale, fa riferimento sia al succedersi degli avvenimenti nel tempo, sia ai diversi metodi che permettono di ricostruire tale sequenza.

Grazie allo studio sulle cronologie del passato, oggi siamo in grado di datare reperti provenienti da diversi periodi storici e preistorici con le datazioni (ne parleremo meglio nei prossimi articoli).

Per il periodo preistorico possiamo dire che, lo schema cronologico, è abbastanza complesso. Le fasi cronologiche all’interno delle ere vengono scandite da avvenimenti, a livello ambientale, importanti (come ad esempio le glaciazioni). All’interno delle fasi di un’era si riconoscono diverse cronologie culturali alle quali si fanno corrispondere diverse associazioni faunistiche. Partiamo con ordine, dall’inizio delle ricerche.

Fin dal secolo scorso i ricercatori hanno avvertito la necessità di riferire i ritrovamenti paleolitici ad uno schema cronologico per poterli studiare sotto una prospettiva temporale.

Nel 1872, Gabriel de Mortillet, stabilì una successione delle entità tassonomiche del Paleolitico indicandone per ciascuna i manufatti caratteristici (fossili-guida) e la corrispondente associazione a mammiferi.

Per quanto riguarda il periodo preistorico, l’inizio della Preistoria, convenzionalmente, si fa corrispondere con la comparsa delle prime manifestazioni culturali, a partire da almeno 2.500.000 anni fa; sul piano della cronologia geologica, abbraccia invece l’ultima fase dell’Era terziaria corrispondente al Pliocene e tutta l’era Quaternaria (composta a sua volta da due periodi: Pleistocene e Olocene).

Per stabilire il limite tra Pliocene e Pleistocene gli autori hanno proposto vari criteri climatici o paleontologici. Al congresso dell’Associazione Internazionale per lo studio del Quaternario di Christchurch, nel 1973, il limite venne fissato attorno a 1.800.000 anni fa, in corrispondenza del deterioramento climatico messo in evidenza nel Mar Mediterraneo dalla comparsa di ospiti freddi nelle faune marine.

Il Pleistocene viene a sua volta ripartito in:

  • inferiore,
  • medio,
  • superiore.

Il limite tra Pleistocene inferiore e medio è stato fissato, ancora una volta, al congresso di Christchurch, attorno a 700.000 anni fa: questo momento corrisponde a una importante inversione del polo magnetico terrestre (limite Matuyama – Bruhnes) e all’inizio di una fase climatica temperata corrispondente al piano Cromeriano.

Per il limite tra Pleistocene medio e superiore si fa riferimento alla fine del Glaciale di Riss attorno a 120.000 anni fa.

Il termine Quaternario viene citato la prima volta da J. Desnoyer nel 1829 per definire depositi marini precedenti ai terrazzi terziari del bacino parigino. Successivamente, nel 1833, H. Reboul pubblica la prima “Geologia del Quaternario” così, nel1834, Charles Lyell, propone il termine Pleistocene per definire, invece, il periodo nel quale vengono collocate le principali glaciazioni. P. Gervais, nel 1967, crea il termine Olocene per indicare l’epoca postglaciale.

Una menzione va fatta per l’ultima fase del Pleistocene superiore che è nota anche come Tardiglaciale. In questo periodo sviluppatosi tra 15.000 e 10.000 anni fa, si verifica un rapido cambiamento climatico ed ambientale da condizioni glaciali ad interglaciali.

La periodizzazione del Tardiglaciale utilizzata correntemente, individua le fluttuazioni verificatesi in questo periodo sulla base di analisi paleobotaniche effettuate su sequenze lacustri del Nord Europa; ciò ha permesso di individuare cinque diverse cronozone che interessano l’intervallo cronologico compreso, in termini di datazioni convenzionali, tra circa 15000 e 10000 anni B.P.: Dryas I (14.900-13.000 B.P.), Bølling (13.000-12.000 B.P.), Dryas II (12.000-11.700 B.P.), Allerød (11.700-10.900 B.P.) e Dryas III (10.900-10.200 B.P.), laddove le zone a Dryas in- dicano gli stadi a clima freddo.

Anche l’Olocene è caratterizzato da numerose fluttuazioni climatiche che interessano la temperatura e l’umidità (Preboreale, Boreale, Atlantico, Subboreale, e Subatlantico).

Animali preistorici

Evoluzione del cavallo

La storia evolutiva del cavallo

La storia evolutiva del cavallo inizia circa 50 milioni di anni fa con il più antico antenato ritrovato, ad oggi, Eohippus.

Dei passaggi evolutivi che portano al genere Equus si hanno parecchie informazioni poiché sono stati trovati diversi resti.

Sappiamo anche distinguere con certezza che i cavalli attuali provengono da tre ceppi antichi: Tarpan, Equus Robustus (entrambe estinti) e Equus Prezwalski (quasi estinti).

Il genere Equus ebbe origine in Nordamerica circa un milione e mezzo di anni fa.

La diffusione di questo animale fu sia in Europa che in Asia e Africa.

All’epoca della dispersione del cavallo, il continente americano era ancora unito a quello asiatico, questo permise appunto un passaggio di questi animali in altri continenti.

Con l’era glaciale il cavallo si estinse in America, mentre negli altri continenti continuò la sua evoluzione adattandosi alla perfezione a climi diversi.

È così che in Africa presero vita i rami evolutivi che hanno portato alle zebre e agli asini. In Asia e in Europa, invece, si svilupparono altre specie che hanno dato origine alle specie che noi possiamo vedere oggigiorno e che appartengono tutte a Equus Caballus.

Nel corso dei millenni molte ramificazioni si sono anche estinte, come l’Anchitherium e l’Hypohippus, discendenti del Miohippus, o l’Hipparion e l’Hippidion, discendenti del Merychippus.

L’aspetto del Pliohippus di 6 milioni di anni fa assomigliava molto a quello dei pony attuali, infatti questa specie rappresenta l’ultimo anello della catena evolutiva che ha dato origine all’Equus, diretto genitore del cavallo, apparso circo un milione e mezzo di anni fa.

Da allora è possibile distinguere l’evoluzione di questo pregevole mammifero attraverso 8 stadi principali. Vediamoli assieme:

Eohippus (o Hyracotherium)

Questo è il nome con cui si conosce il più antico antenato del cavallo. In realtà, la ricostruzione del suo scheletro lo rende più simile ad un piccolo cane. Il suo corpo aveva una dimensione compresa tra i 20 e i 40 cm di altezza. Aveva un muso corto e le orbite degli occhi erano poste al centro del viso.

I fossili di questo essere furono trovati in Oregon e nei sedimenti eocenici del Wyoming. Si pensa che sia apparso per la prima volta 55 milioni di anni fa e che si sia diffuso in Nord America ed Eurasia.

L’Eohippus era alto circa 30 cm, più o meno come una volpe o un cane e si cibava prevalentemente di foglie, piccoli arbusti e frutti, che brucava in boschi dal suolo paludoso. Per masticare aveva 44 piccoli denti adatti a masticare anche cibi di origine animale.

Le zampe anteriori avevano 4 dita, quelle posteriori 3: tutte le dita erano provviste di piccoli zoccoli, però l’Eohippus camminava appoggiandosi ai cuscinetti plantari.

La testa era piccola, le zampe corte, la schiena arcuata. Il mantello era maculato o striato, per permettergli di mimetizzarsi meglio nella boscaglia e sfuggire ai predatori. L’Eohippus aveva un carattere intraprendente e avventuroso, infatti si diffuse un pò ovunque sulla terra, come dimostrano i resti fossili ritrovati in Nordamerica, Europa, Asia e Africa.

Con il passare dei secoli e l’evolversi delle condizioni geo-climatiche della terra, il piccolo Eohippus modificò lentamente le sue caratteristiche.

Le zampe si allungarono per affrontare gli spostamenti in aree sempre più vaste e per scappare dai predatori, di conseguenza la sua altezza aumentò.

Per muoversi velocemente sui suoli rigidi di steppe e praterie, l’Eohippus sviluppò maggiormente il dito centrale fino ad arrivare ad avere un unico zoccolo in tutte le zampe, mentre delle altre dita non rimase che il metacarpo, il metatarso e le castagnette.

Cambiarono anche le sue abitudini alimentari: da brucatore divenne un erbivoro pascolatore, modificando l’apparato digerente e la conformazione dei denti, che si specializzarono per masticare diversi tipi di erbe e cereali. Anche il collo si allungò, per arrivare meglio all’erba a terra; gli occhi si spostarono più lateralmente per aumentare il campo visivo e individuare meglio i predatori.

Mesohippus

Il suo nome significa “cavallo intermedio” (o “cavallo di mezzo”).

Si suppone che abbia rappresentato la transizione dalla specie primitiva al cavallo moderno.

Qui compaiono i denti con corone alte che permettono di ruminare erba, foglie e germogli, migliorando la salute dell’animale.

I suoi fossili sono stati trovati in Canada e negli Stati Uniti, in Colorado, Nebraska e Dakota. Hanno vissuto circa 37 milioni di anni fa.

Miohippus

L’apparizione del Miohippus segna il primo ramo orizzontale nell’albero genealogico del cavallo.

Significa che inizia la diversificazione delle razze.

Si presume che ci fossero molti tipi diversi di Miohippus.

Occuparono ampiamente l’Oligocene, soprattutto nell’area della Florida e degli Stati Uniti occidentali. Hanno vissuto 32 milioni di anni fa.

Merychippus

È il primo antenato che assomiglia al cavallo moderno.

Sebbene i piedi avessero ancora 3 dita, il muso e le gambe erano già allungati.

Ciò rappresentava la possibilità di migrare su distanze più ampie e aumentare le possibilità di pascolo.

Pliohippus

È considerato il nonno del cavallo.

Si è ampiamente diffuso e diversificato, dando luogo a varie razze che hanno occupato l’intero continente. Hanno vissuto da 6 e 12 milioni di anni fa.

Equus

E’ l’unico che è riuscito a sopravvivere, grazie alla sua capacità di adattamento.

Si presume che il primo esemplare sia apparso 5 milioni di anni fa

I suoi fossili sono stati trovati in tutti i continenti, ad eccezione dell’Australia e dell’Antartide.

L’Equus ha accompagnato l’uomo in guerra, ha migrato con lui, è stato fondamentale per l’agricoltura e per viaggiare.

Oggi viene impiegato anche in competizioni sportive e nella pet therapy.

Da circa 3500 anni è un compagno fedele nella vita dell’essere umano ed è stato al fianco di grandi personaggi che hanno fatto la storia.

Da circa 3500 anni è un compagno fedele nella vita dell’essere umano ed è stato al fianco di grandi personaggi che hanno fatto la storia.

Animali preistorici

Evoluzione dei cetacei

Un argomento a me molto caro perché fin da piccola sono sempre stata appassionata di cetacei: ovviamente da piccoli si conoscono solamente le specie che più si vedono in tv e nei libri per bambini, quindi delfini e balene.

Piano piano, prima degli studi universitari, mi ero però fatta travolgere da questi meravigliosi animali ed avevo iniziato a cercare un po’ di informazioni su loro. Studiandoli avevo intuito che non erano sempre stati mammiferi acquatici ma poche erano le informazioni che riuscivo a rimettere insieme per capire a fondo la loro origine.

Quindi ho pensato che sarebbe stato bello riassumere tutto in un articolo, in caso foste anche voi interessati come me all’evoluzione dei cetacei.

In principio

 

Circa 53 milioni di anni fa, nell’Eocene, i mari erano ricchi di specie marine di tutti i tipi: squali, razze, pesci ossei e cartilaginei, crostacei e via dicendo. Ciò che mancava agli oceani e ai mari più profondi erano degli esseri eleganti e fluidi in grado di cantare e comunicare e respirare con i polmoni..proprio così in quel tempo le balene non esistevano o meglio esistevano i loro antenati che però erano terrestri!

Però in un paese lontano, l’attuale Pakistan, un piccolo animale su quattro zampe, con zoccoli, muso da coccodrillo e corpo da lontra cacciava dentro l’acqua, molto silenziosamente, entrava, lasciando fuori solo occhi, naso e orecchie che nel muso erano quasi allineati in modo da permettergli di avere i sensi ben attivi.

Da quel momento, quel piccolo animaletto, si è spinto sempre più in acqua per procacciarsi il cibo, cambiando di netto la sua dieta da erbivoro a carnivoro, ed adattandosi pian piano alla vita acquatica. Si, sto riferendomi proprio ai primi archeoceti e ai loro antenati.

Le conseguenze che portò la vita acquatica furono differenti: il cambio di dieta con conseguente adattamento di denti più idonei alla triturazione della carne. Adattamento dell’orecchio: scomparendo l’orecchio esterno, l’udito era salvo e si potevano in questo modo sentire i suoni anche a differenti profondità.

Successivamente persero il pelo in favore di una pelle adatta all’acquaticità per essere più veloci e idrodinamici. E le zampe divennero pinne, non tutte però: le zampe posteriori si atrofizzarono in favore dello sviluppo di una pinna per dare il movimento al corpo.

E le dimensioni? Da quando questi animali hanno iniziato a divenire così imponenti? Lo scopriremo tra poco!

Gli studi eseguiti nel corso degli anni testimoniano come i cetacei siano filogeticamente molto vicini agli artiodattili. Tra le specie odierne dello stesso filum troviamo gli ippopotami, tra quelle estinte l’Indoyhus.

Sono moltissime le specie che si sono succedute nel corso evolutivo prima di arrivare alle specie odierne, qui vi presenterò soltanto i più importanti per la storia dei cetacei.

Indoyhus

Indohyus era un animale delle dimensioni di un procione, il cui apparato scheletrico era molto simile a quello degli attuali cetacei.

Si ipotizza, grazie ad uno studio del 2007 pubblicato su Nature, che questi animali avessero grande affinità con l’acqua: molto probabilmente spendevano numerose ore a stretto contatto con l’acqua nutrendosi di invertebrati e piante acquatiche

Viene considerato l’anello di congiunzione tra i cetacei e l’ippopotamo per le caratteristiche in comune ad entrambe.

Pakicetus

Vissuto 35 milioni di anni fa, il Pakicetus, vissuto all’incirca 35 milioni di anni fa, fu uno dei principali antenati di delfini e balene, per via della struttura dell’orecchio molto simile a quella dei cetacei. Dimensioni simili a quelle di un lupo, questa specie aveva denti adatti a un’alimentazione piscivora, ma non disdegnava anche piccoli animali che si avvicinavano ai corsi d’acqua per bere. Le orbite erano situate sulla sommità del capo come gli odierni ippopotami, la coda era lunga e le zampe dotate di zoccoli ma ancora la pelle era ricoperta di pelo.

Ambulocetus

Appartenente alla famiglia degli Ambulocetidae, la sua forma era molto simile a quella di un coccodrillo. Viveva in ambienti lagunari e costieri. Tuttavia, sebbene i loro scheletri risultassero più modificati per la vita acquatica, le loro dita non erano palmate. Era un predatore anfibio, è il primo archeocete riconducibile ad un ambiente marino.

Protocetus

Questi animali possedevano ancora gli arti posteriori anche se più piccoli rispetto a quelli dei loro antenati. Il Maiacetus innus, una specie della famiglia dei protocetidi, venne ritrovato con un embrione a uno stadio tardivo all’interno del corpo: dallo studio di questo fossile si capì che raggiungeva la terraferma per partorire. Tutti i protocetidi, avevano molto probabilmente, uno stile di vita simile a quello delle foche, completamente acquatico ma connesso al mondo esterno per il parto, il riposo e gli accoppiamenti.

Basilosaurus

Appartenente alla famiglia dei Basilosauridae, persero la connessione tra arto posteriore e zona sacrale, ridussero agli estremi gli arti posteriori, svilupparono un collo corto e gli arti anteriori si trasformarono in pinne.

Con l’estinzione degli Archeoceti, si svilupparono le specie odierne che noi conosciamo: i cetacei.

Tra la circolazione oceanica modificata, e la produttività degli oceani, gli archeoceti si estinsero per lasciare spazio a nuove specie adattate a questi nuovi ambienti marini. Si pensa che prima si svilupparono i misticeti, quindi balene e megattere, e successivamente gli odontoceti, delfini, capodogli e globicefali.

La balena più antica sembra sia stata il Durodon vissuto circa 42 milioni di anni fa, mentre il delfino più antico era lo Squalodon vissuto circa 33 milioni di anni fa.

I cetacei che noi oggi conosciamo hanno dovuto dunque subire drastici cambiamenti nel corso di milioni di anni per potersi adattare sempre meglio a una vita totalmente marina.

Studi recenti hanno dimostrato come l’evoluzione delle balene sia un evento molto complesso: Il gruppo di ricerca guidato dal prof. Arnason, del Senckenberg Research Institute di Francoforte, in Germania, ipotizza che tra le balenottere (famiglia Balaenopteridae) siano avvenute molte ibridazioni, soprattutto nelle prime fasi della loro evoluzione, il lavoro è stato pubblicato su Science Advances nel 2018.

Anche se esistono studi recenti sulle loro dimensioni, ancora non si sa con certezza per quale motivo questi animali abbiano raggiunto dimensioni così estreme. Si ipotizza fosse per un adattamento al clima più freddo. Si sa con più esattezza che questa evoluzione iniziò circa 15 milioni di anni fa, grazie ad uno scheletro ritrovato nel 2006 a Matera.

Potremo dire molto altro su questi splendidi animali: sono sicuramente altamente complessi e c’è ancora tanto da conoscere sulla loro vita ed evoluzione.

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